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Cancro al seno. Uno studio del Regina Elena sulla fatigue dopo intervento e chemio

7 luglio - La “fatigue” colpisce il 9% delle pazienti dopo l'intervento chirurgico, ma aumenta al 49% durante la chemioterapia e persiste nel 47% delle pazienti alla fine della chemioterapia. Si mantiene allo stesso livello nel 31% dei casi dopo un anno dal termine dei trattamenti e tende a ridursi  fino a dieci anni di follow-up, senza comunque mai scomparire. 

Si sopravvive sempre di più al cancro ma è importante capire come. Ecco perché i ricercatori dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma hanno condotto uno studio, da poco pubblicato su “The Breast”, che valuta il fenomeno della “fatigue” o stanchezza correlata al cancro, un fenomeno multidimensionale indotto dai trattamenti oncologici, ma non solo. “L’importanza dello studio sta nel fatto che ad oggi non si era mai valutata tale problematica dopo 10 anni dal termine dei trattamenti chemioterapici”, spiega l’Istituto in una nota.

Proprio  per l'attualità di tale argomento, visti i risvolti non solo personali sui pazienti, ma anche sociali che la fatigue può determinare, occorre fare i conti con questa presenza sin dalle prime fasi di malattia e con la sua massima evoluzione in corso di trattamento, ma soprattutto la persistenza di essa nel tempo, correlata ad ansia e depressione che ne rappresentano anche  i fattori predittivi.
 
All'efficacia delle terapie adiuvanti che garantiscono una maggior sopravvivenza ed una cronicizzazione delle patologie si affianca, infatti, una serie di effetti avversi che deteriorano la qualità della vita e sono causati dai trattamenti. La stanchezza è una di queste condizioni e genera un senso soggettivo di debolezza, mancanza di energia, indebolimento non solo motorio ma anche psicologico.
Si sa ancora poco circa la fatica correlata al cancro (CRF) durante la malattia, i fattori di rischio che potrebbero favorirne lo sviluppo e la persistenza nei pazienti lungo-sopravviventi del cancro della mammella.

Lo studio prospettico a firma di Alessandra Fabi e Patrizia Pugliese, tra i principali autori e rispettivamente oncologa e psicologa dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena ha rilevato l'incidenza, il tempo di insorgenza, la durata della fatigue e  l'impatto sulla qualità della vita e sui disturbi di tipo psicologico.

Sono state seguite 78 pazienti con diagnosi precoce di cancro alla mammella, sottoposte a chemioterapia seguite o meno da trattamento antiormonale sulla base o meno della ormono-responsività del tumore; durante il percorso terapeutico e nel corso dei 10 anni di follow up lo studio ha previsto la compilazione di questionari specifici sulla qualità della vita e sindromi psicologiche (ansia e depressione), quali questionari EORTC QLQC30, FACTB, HADs, indagini quindi sia di tipo quantitativo che qualitativo.

I dati emersi rilevano una bassa incidenza di fatigue, solo il 9%, dopo l'intervento chirurgico, ma che aumenta al 49% durante la chemioterapia e persiste nel 47% delle pazienti alla fine della chemioterapia. Si mantiene allo stesso livello nel 31 % dei casi dopo un anno dal termine dei trattamenti e tende a ridursi  fino a dieci anni di follow-up, senza comunque mai scomparire.

Alla fine del trattamento la persistenza di fatica correlata al cancro è stata associata all'ansia nel 20% delle pazienti in particolare nell'11% dopo 1 e nel 5% dopo 2 anni dalla chemioterapia, mentre l’associazione con la depressione si rilevava rispettivamente nel 15%, nel 10% e nel 5%.

Ciò che è stato rilevato dallo studio è che le pazienti che presentano depressione e ansia prima della chemioterapia sono quelle più a rischio di sviluppare  fatigue nel periodo successivo.

“Il nostro studio – sottolinea Alessandra Fabi – delinea un importante concetto, la rilevazione precoce e a distanza di un fenomeno quale quello della fatigue, sentito e comunicato da molte donne in corso e dopo le terapie adiuvanti cui sono sottoposte e che aggrava non solo la loro fisicità (stanchezza, senso di affaticamento complessivo), ma influenza anche la loro vita sociale e familiare. Per la prima volta tale “sindrome” viene studiata nel tempo e rileva la permanenza della fatigue negli anni successivi al trattamento e trova nell’ansia e nella depressione d’esordio alla malattia i fattori predittivi della sua insorgenza”.

“Ansia e depressione- specifica Patrizia  Pugliese - rappresentano gli indicatori più significativi della risposta emozionale al cancro durante tutte le fasi della malattia oncologica e sono stati rilevati dagli studi come i fattori più fortemente correlati alla fatigue da cancro. Rimane ancora da delucidare la natura e la direzione di tale relazione. Nel nostro studio le pazienti con punteggi più elevati di fatigue riportano anche punteggi di ansia e depressione borderline e patologici nelle diverse fasi dell’iter terapeutico”.

Tra i fattori clinici, psicologici e demografici analizzati nello studio quali predittori di fatigue nel tempo solo la presenza di ansia e depressione reattiva o patologica è stato confermato: le donne che presentano tali sintomi prima del trattamento chemioterapico sono a rischio di insorgenza di fatigue nel periodo successivo.

"Questo studio dimostra quanto sia importante che al miglior trattamento oncologico – sottolinea Francesco Cognetti, direttore di Oncologia Medica 1 dell’IRE - si accompagni la cura della persona in tutti i suoi molteplici aspetti e per tutte le conseguenze che una malattia neoplastica comporta. In particolare questo nostro studio dimostra che la fatigue, condizione estremamente invalidante e generata da possibili molteplici cause nelle pazienti affette da neoplasia mammaria operata, può essere anche prevenuta o trattata con interventi mirati e precoci di natura psicoterapica”.

L’Istituto evidenzia, tuttavia, la necessità di uno studio con un campione più numeroso per confermare la natura e la direzione della relazione tra fatigue e stato mentale al fine di assicurare al gruppo di pazienti a rischio interventi precoci di miglioramento della fatigue e del distress psicologico.

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