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Il testamento biologico non è eutanasia né “interruzione volontaria della vita”. Ecco perché

17 febbraio - E non ha quindi senso parlare di "obiezione di coscienza" per i medici. Con il testamento biologico non si tratta di “rinunciare a combattere la malattia” ma di curare la malattia in un altro modo, cioè di un altro genere di cura, combattendo semmai tutto quanto nella cura è irragionevole e privo di buon senso. 

Rivendicare il diritto/dovere di obiezione di coscienza è come considerare il testamento biologico eutanasia. Inaccettabile! Il testamento biologico non è eutanasia.
 
Coloro che in nome della vita chiedono di obiettare finiscono loro malgrado per obiettare contro:

  • il declino inarrestabile del paternalismo medico
  • il valore costituzionale dell’autodeterminazione delle cure riconosciuto a livello internazionale(convenzione di Oviedo)e da tutte le deontologie professionali
  • la loro incapacità di avere delle relazioni consensuali  con le persone malate
  • una società che vuole un’altra idea di cura  
  • l’autonomia della morale nei confronti della malattia naturale.

 
Se il diritto alla salute si intende come dovrebbe essere inteso quindi quale diritto alla vita costoro per essere credibili dovrebbero estendere l’obiezione di coscienza contro le grandi immoralità della sanità quelle, per intenderci, rilevabili in termini di morbilità e mortalità, quindi obiettare contro una idea anti-bioetica di sostenibilità cioè contro la sottomissione passiva della morale ad un frainteso primato dell’economicismo.
 
Rivendicare il diritto/dovere di obiezione di coscienza è considerare il testamento biologico come un aborto nel senso di una interruzione volontaria della vita. Inaccettabile! Il testamento biologico non è ivv.
 
La lezione che abbiamo imparato dall’aborto e dalla obiezione di coscienza è che spesso nella realtà il diritto delle donne alla maternità libera responsabile e consapevole è negato dal diritto del medico di far ricorso all’obiezione di coscienza. Questo è immorale.
 
Tutti i diritti hanno diritto ad essere tali ma per essere tali essi devono essere compossibili cioè senza contraddizioni. Per non avere contraddizioni il legislatore a monte deve risolvere i problemi di incommensurabilità di concezioni morali tra loro in conflitto.
 
In epistemologia (soprattutto per i post positivisti come me) si ha il problema “dell’incommensurabilità” quando tra due teorie rivali non esistono criteri di confronto per cui è oggettivamente impossibile stabilire l’eventuale superiorità di una teoria su l’altra.
 
L’incommensurabilità in un parlamento che discute di testamento biologico può diventare paralizzante quindi inconseguente o dare luogo a dei mostri normativi dove si dice tutto e il contrario di tutto con il rischio che per affermare certi diritti se ne lesionino altri.
 
Come risolvere il problema dell’incommensurabilità senza ricorrere all’obiezione di coscienza? Ci si deve sforzare di trovare ciò che all’incommensurabilità manca cioè un qualche criterio di confrontabilità. Cioè una comune morale compossibile con le differenze morali
 
Per me una comune morale è accordarsi sul soggetto che fruisce della legge quindi sul cittadino malato.
 
Chi è colui che fruisce della legge per avvalersene o per non avvalersene e quale fabbisogno morale egli ha?
 
Colui che fruisce della legge non è un cittadino specifico ma una società complessa fatta da tante specie di cittadini e di culture, per cui il fabbisogno morale è quello che appartiene alla complessità valoriale di una intera società.
 
Se tutti i cittadini fossero cattolici (ammettendo la loro osservanza ai valori della Chiesa) non ci sarebbe bisogno di una legge sul testamento biologico perché in questo caso legge morale e legge naturale coinciderebbero. Siccome non è così bisogna fare una legge sul testamento biologico perché in questa società vi sono milioni di persone per le quali la legge morale non coincide con quella naturale.
 
Una legge sul testamento biologico non può che basarsi interamente sul “cittadino che sceglie una medicina della scelta” perché è insensato a fronte di tanta complessità culturale scegliere, in luogo del cittadino, una morale per governare la propria eventuale malattia.
 
La legge sul testamento biologico non dovrebbe imporre nessuna morale di nessun tipo ma creare le condizioni per permettere alla morale di ciascuno di noi (cattolici laici e altri) di esprimersi.
 
Il testamento biologico non è né eutanasia né ivv. Ma allora che cosa è? Non condivido la sua definizione convenzionale, per me è ciò che co-emerge dalle sue condizioni di attuazione che nella proposta di legge sono chiaramente indicate:
· consenso informato (art1)
· disposizioni anticipate di trattamento (art 3)
· pianificazione condivisa delle cure (art 4).
 
Queste condizioni attuative si basano tutte su una condivisione consensuale tra medico e malato quindi su una particolare relazione di cura. E’ inesatto definire il testamento biologico come una “dichiarazione anticipata” del solo cittadino o come “l'espressione della volontà” da parte di un probabile malato perché esso, in ragione delle proprie condizioni attuative, è il risultato di una nuova relazione consensuale con il medico. Il testamento biologico è un accordo sociale che riguarda il governo della malattia tra malato e medico tra cittadini e medicina fondato sulla predicibilità eventuale delle situazioni e delle contingenze con il quale vengono definiti caso per caso ipotesi di rapporto   tra ciò che è morale e ciò che è naturale. Che c’entra l’eutanasia? O l’ivv altrimenti definito suicidio assistito?
 
Tralascio le considerazioni sul grande significato politico di un tale accordo, quale opportunità per affrontare i gravi problemi di delegittimazione della professione e i gravi problemi di una medicina culturalmente “contro tempo”, mi limito ad osservare che non è vero quello che dicono i medici cattolici vale a dire che essi “devono dolorosamente prendere atto della definitiva volontà del paziente di rinunciare alle cure”.
 
In realtà essi, secondo le condizioni previste dalla legge, dovrebbero prendere atto di un accordo consensuale dove i medici sono coautori non spettatori  di una certa idea di cura per cui  l’obiezione di coscienza finisce con l’essere non contro la volontà del paziente  ma contro  le relazioni di cura tra medici e malati.
 
Cioè contro altri medici. A parte questa non marginale contraddizione, trovo discutibile ridurre la questione del “governo della cura” alla “rinuncia della cura”. Chi parla di rinuncia alla cura pur parlando di persona e di umanizzazione, sono fermi alla logica prestazionale, a quella interventistica, a quella anti-biotica del trattamento cioè della “malattia da combattere”.
 
No amici miei con il testamento biologico non si tratta di “rinunciare a combattere la malattia” ma di curare la malattia in un altro modo, cioè di un altro genere di cura, combattendo semmai tutto quanto nella cura è irragionevole e privo di buon senso.
 
Ivan Cavicchi

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