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LEGGE 194 SULL’INTERRUZIONE VOLONTARIA DI GRAVIDANZA: 40 ANNI MA… LI DIMOSTRA

Mi sono laureato un anno dopo la sua approvazione e tutti i miei colleghi di quella generazione sono cresciuti professionalmente ed anche umanamente avendo ben presente la valenza sociale, politica, morale e professionale che la legge 194/78, quella che ha legalizzato l’interruzione volontaria di gravidanza in Italia, ha introdotto non solo nell’ordinamento giuridico degli italiani e in quello deontologico dei medici italiani ma anche nella coscienza collettiva e in quella individuale di tutti/e coloro che avevano dovuto o che si sarebbero dovuti/e trovare di fronte al dramma dell’aborto volontario.

Il 22 maggio sono 40 anni dal giorno della sua approvazione e fiumi d’inchiostro sono stati versati in proposito: dai più entusiastici sostenitori ai più aspri detrattori.

Gli anni ’70 furono anni davvero straordinari e sembrano ancora più straordinari se confrontati con questi anni in cui non si riesce a partorire una legge strutturale sensata, necessaria e che raccolga il consenso di almeno la maggioranza degli italiani. In un solo anno, il 1978, due grandi e civili leggi entrambe approvate nel mese di maggio: la 180 meglio nota come Legge Basaglia su “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori” (che per la prima volta ha richiamato l’attenzione sul dramma del manicomi) e, appunto, la 194 sulla legalizzazione dell’aborto volontario. E infine, il 23/12 (antivigilia di Natale), la legge 833 di istituzione del Servizio Sanitario Nazionale.

Si dice che non si può e non si deve procedere con lo sguardo rivolto all’indietro ma se guardiamo al degrado sociale, civile e delle coscienze di questi ultimi anni forse guardare un po’ all’indietro non ci farebbe male.

Ma torniamo alla 194. Nel titolo ho scritto: “40 anni ma… li dimostra”: no, non è un errore di battitura. Quarant’anni di vita la legge li dimostra tutti perché sono i dati reali a dimostrarlo.

Nel 1982, il primo anno in cui si è iniziato a presentare un report sulle IVG in Italia, queste erano state 234.801; nel dicembre 2016 il report del Ministero della Salute riporta il dato di 84.926: in pratica circa un terzo rispetto ai primi anni di applicazione della legge. Il tasso di abortività (n° di IVG per 1000 donne tra i 15 e i 49 anni) ha sempre mostrato una costante tendenza a calare: era il 16.9 ‰ nel 1983 ed il 6.5 ‰ nel 2016. Teniamo anche conto che in questi ultimi dieci anni è decisamente cresciuta la percentuale di donne straniere nel nostro Paese e ciononostante anche in questo caso il tasso di abortività che era del 40.7 ‰ nel 2003 è sceso al 15.7 ‰ nel 2015. Comunque, purtroppo, ancora oggi il 30% delle IVG avviene da parte di donne straniere. Si conferma il minor ricorso all’aborto da parte delle minorenni così come in tutta l’Europa occidentale: tra di esse il tasso di abortività per il 2016 è risultato essere pari a 3.1 ‰, valore identico a quello del 2015, ma in diminuzione rispetto agli anni precedenti. La nota stonata sta semmai nel fatto che è ancora molto basso il ricorso alla IVG farmacologica rispetto a quella chirurgica: infatti la media nazionale è del 15.7 % e soltanto in alcune Regioni si registrano percentuali più alte (ad es. in Liguria dove la percentuale si aggira intorno al 40% del totale con punte che sfiorano il 70%).

Una questione ancora sul tavolo riguarda le cosiddette IVG ripetute effettuate da donne con precedente esperienza abortiva: la percentuale è stabile intorno al 26 – 27%, per quanto si tratti di una percentuale più bassa rispetto a quella di altri Paesi europei.

Chi ha sostenuto e ancora (per ignoranza o per malafede) sostiene che la legge avrebbe reso e rende più facile il ricorso all’aborto che cosa può dire di fronte di questi dati statistici ufficiali? Semmai chiediamoci che cosa si può fare per ridurre ulteriormente il numero totale di IVG. E qui si apre un capitolo enorme che accenno soltanto: fin quando nel nostro Paese non si mostra la volontà politica di favorire la conoscenza ed il ricorso alla contraccezione, attraverso serie campagne di promozione e di educazione alla salute riproduttiva a partire dalle scuole (dove nessuno va più ad affrontare questi temi) sarà difficile comprimere ulteriormente il ricorso all’aborto volontario. I Governi in questi anni hanno intrapreso diverse campagne denominate Pubblicità Progresso ma mai su questi temi. In compenso sono state cancellate dalla fascia A quelle poche pillole che ancora godevano della rimborsabilità da parte del SSN. Non vi pare che ci sia un po’ di contraddizione e di ipocrisia in tutto ciò? Mi parrebbe anche il tempo giusto per affrontare con spirito laico la questione, ora che la Chiesa è per fortuna governata da un vero Pastore. Ed è a questo proposito che mi fa piacere riportare la posizione del Pontefice espressa circa un anno fa nella lettera apostolica “Misericordia et misera”, documento programmatico nel quale vengono indicate le disposizioni pastorali dopo il Giubileo, specialmente laddove afferma: “Vorrei ribadire con tutte le mie forze che l’aborto è un grave peccato. Con altrettanta forza, tuttavia, posso e devo affermare che non esiste alcun peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere e distruggere quando trova un cuore pentito……. A tutti è offerta la possibilità di sperimentare la forza liberatrice del perdono”.

L’aborto volontario non va mai banalizzato. Non ha bisogno di fanatici che lo esaltino o di intransigenti moralisti che lo attacchino. Esso è sempre una tragedia per qualsiasi donna. E’ forse la peggiore forma di suicidio perché è un suicidio che la donna compie verso se stessa, verso la massima espressione della propria natura che sta nel miracolo di dare la vita ad un’altra creatura. Ai componenti del direttivo nazionale di AGITE, l’Associazione dei ginecologi territoriali e liberi professionisti che ho l’onore di presiedere, non ho mai chiesto quale sia il loro orientamento politico o se siano o meno credenti; non ci siamo mai confrontati né divisi su questi temi. Ciò che al contrario ci ha sempre unito e ci unisce è la consapevolezza che il nostro compito non è quello di giudicare ma di accompagnare, assistere, comprendere, confortare la donna che si trova ad affrontare un difficile momento della propria esistenza. E siamo consapevoli che l’aborto è il più difficile di questi momenti.

Proprio per affrontare questi temi e analizzare in modo pacato e “adulto” luci ed ombre della Legge a 40 anni dalla sua approvazione, lunedì 21 Maggio a Milano nella Sala del Grechetto della Biblioteca Sormani, AGITE, in collaborazione col Comune di Milano, ha tenuto una conferenza-stampa di fronte a giornaliste di diverse testate. Sono stati presentati dati numerici e considerazioni professionali da parte soprattutto di coloro (specialisti ginecologi consultoriali) che da molti anni si trovano ad affrontare il dramma di tante donne, giovani e meno giovani, italiane e straniere, nubili e sposate ma tutte costrette a questa drammatica scelta da condizioni personali, familiari, economiche e lavorative difficili, incompatibili con l’accettazione di una nuova creatura già gravata da condizioni di indigenza, di solitudine, di incomprensione, di disperazione prima ancora di venire alla luce. Tutto ciò giustifica un aborto? L’ho già detto: noi non abbiamo scelto di fare i giudici ma i medici e, per quel che ci compete, sempre e comunque dalla parte delle donne, anche quando non siamo stati e non siamo d’accordo.

 

Maggio 2018
Sandro M. VIGLINO, Presidente AGITE

 

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