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  • “Se non vogliamo il modello Usa la spesa pubblica per la sanità dovrà arrivare almeno al 7% del Pil”. Ema? “Non molliamo ma non mi faccio troppe illusioni”. Rimpianti? “Politiche per il personale e titolo V”. Intervista a Lorenzin

“Se non vogliamo il modello Usa la spesa pubblica per la sanità dovrà arrivare almeno al 7% del Pil”. Ema? “Non molliamo ma non mi faccio troppe illusioni”. Rimpianti? “Politiche per il personale e titolo V”. Intervista a Lorenzin

2 febbraio - A poco più di un mese dal voto la ministra della Salute fa un bilancio della legislatura. Rimpianto per non essere riuscita a portare a casa l'art. 22 del Patto per la salute che doveva riformare le politiche del personale del Ssn e anche quello per aver mancato l'occasione del referendum del 4 dicembre. Ma anche molte soddisfazioni tra cui la prima è “l’aver riportato la cultura scientifica e la sanità nell’agenda politica e nel dibattito pubblico”. La più grande difficoltà? “Aumentare ogni anno il Fsn”. E adesso? “Se vinciamo via il titolo V e il superticket”. Ma su Ema si fa poche illusioni per una rivincita di Milano.


Il ministro Beatrice Lorenzin ha superato tutti i record di durata al dicastero della Salute. Cinque anni difficili con battaglie sul fronte scientifico (stamina e vaccini per citare i casi più famosi). Ma anche su quello politico ed economico con molti provvedimenti portati a casa (dai nuovi Lea alla legge sugli ordini e le sperimentazioni cliniche) ma anche con evidenti difficoltà a mantenere tutte le promesse di quel Patto della Salute siglato quasi all’inizio del mandato che prometteva molte risorse in più per la sanità, la riforma dei ticket e nuove politiche per il personale.
 
Tre cose, queste ultime, che né il Governo né le Regioni, hanno poi, alla fine, con responsabilità diverse, portato a casa.
 
Molte cose fatte ma anche molte non concluse che qualche rimpianto lo hanno lasciato, come ammette la stessa ministra che abbiamo intervistato ormai a poco più di un mese dalle elezioni, nelle quali Lorenzin giocherà nel campo del centro sinistra con un suo nuovo movimento politico “Civica Popolare”.
 
Una sfida non facile ma che Lorenzin è pronta ad affrontare con quell’energia e quella grinta che le hanno riconosciuto in molti in questi cinque anni di Governo.
 
Ministro, lei ha conquistato il record di permanenza al ministero della Salute. Ma dica la verità… per sistemare la sanità italiana ci vorrebbe molto più tempo, pensa comunque di aver fatto tutto il possibile?
Certamente aver avuto l’opportunità di occupare il ruolo di Ministro per 5 anni mi ha offerto la possibilità di mettere in campo e portare a termine numerose riforme che altrimenti sarebbero state impossibili, penso per esempio al Patto per la Salute, ai nuovi Lea o al Ddl Lorenzin, tutti provvedimenti che hanno avuto una lunga gestazione e che non sarebbe stato possibile portare a termine in tempi brevi. Con il Patto per la salute abbiamo riannodato i rapporti tra Stato e Regioni che negli anni precedenti erano ridotti ai minimi termini. Quando annunciai di voler mettere mano ai Lea, che erano vecchi di 16 anni, nessuno credeva che ce l’avremmo fatta. E poi il Ddl Lorenzin che presentai nel 2013 e che è stato approvato solo lo scorso dicembre, in ‘Zona Cesarini’, dopo un lavorio parlamentare lunghissimo. Detto ciò penso che non bastino 5 anni per risolvere tutte le questioni della sanità italiana. Se mi giro indietro penso di aver fatto molte cose ma se guardo in avanti credo che da fare ci sia ancora parecchio anche perché in futuro lo spostamento demografico rende evidente un cambio di passo per il Ssn. Oggi abbiamo 14 milioni di anziani over 65 e 4 milioni di non autosufficienti. E tra dieci anni il numero sarà esponenzialmente più grande. Dobbiamo per questo immaginare un modo diverso di rappresentare l’assistenza alle persone, l’assistenza domiciliare integrata con l’assistenza sanitaria. Due mondi che non possiamo più permetterci di non far interagire.
 
Cosa rimpiange di più di questi cinque anni? Quali le occasioni perse o gli errori commessi?
Un rimpianto è quello di non essere riuscita a portare a termine il famigerato art. 22 del Patto della Salute su cui non abbiamo raggiunto l’accordo di tutti gli attori in campo (Regioni, Miur e Mef). Il tema della formazione in ospedale di altissimo livello è fondamentale. Si deve assolutamente riuscire ad assorbire le specializzazioni e garantire un altissimo livello di qualità della formazione sanitaria, cioè riuscire a soddisfare i fabbisogni (che finalmente abbiamo individuato) che abbiamo nella programmazione. Non le nego che sono rimasta molto delusa dal no al referendum costituzionale perché all’interno della riforma c’era la rivisitazione del titolo V che secondo me dev’essere corretto ridando più poteri allo stato per l’uniforme attuazione delle riforme, delle linee guida, dei Pdta (che oggi sono diversi da Asl ad Asl), e poteri di controllo e sanzione laddove si ledano i diritti dei cittadini.
 
E quale invece la cosa che, più di ogni altra, rifarebbe cento volte?
Sicuramente l’aver riportato la cultura scientifica e la sanità nell’agenda politica e nel dibattito pubblico nazionale. Il caso Stamina su cui mi sono confrontata appena arrivata al Ministero e, più di recente, le posizioni no vax espresse da sedicenti pseudo-scienziati rivelano quanto sia necessario che Scienza e Istituzioni stringano una nuova alleanza a tutela della salute dei cittadini. E per questo ho veramente apprezzato l’appello lanciato nei giorni scorsi da 40 illustri esponenti del mondo medico-scientifico per rinsaldare quel rapporto tra scienza e politica che in questi ultimi anni è sempre stato strumentalizzato, a tutto danno dei cittadini in primis. Rifarei il fondo per l’epatite C con cui abbiamo curato più di 110.000 persone, mentre in altri Paesi non ci sono riusciti, e il fondo per i farmaci innovativi e oncologici. Altro aspetto riguarda poi la Riforma del titolo V della Costituzione che era contenuta nel referendum sulla riforma della Carta. Rimango convinta come le dicevo che la sanità a trazione regionale non abbia fatto bene al nostro Ssn e abbia acuito le disuguaglianze regionali. In questo quadro e come giustamente ha sottolineato anche l’Ocse in un suo recente report sulla nostra sanità, la questione delle disuguaglianze regionali è ancora sul tappeto. In particolare l’Ocse ha evidenziato come una sfida la capacità delle regioni di applicare in modo omogeneo le riforme di sistema che sono state finanziate e messe in campo. In questo senso, a costituzione vigente, dove ricordo le regioni hanno nella sanità la loro principale mission, abbiamo cercato di coinvolgerle (nei limiti delle competenze del ministero) con il Patto per la Salute prima e poi con la creazione della Task force degli ispettori, con i Piani di efficientamento degli ospedali e con l’introduzione di nuovi criteri di selezione dei manager puntando su qualità ed esperienza e non su meri fattori discrezionali. Ora l’auspicio è quello che nei prossimi 5 anni, insieme alle regioni, si possa raggiungere tutti insieme l’obiettivo di avere cure uniformi su tutto il territorio nazionale.
 
Un’altra cosa. Tra le mille iniziative intraprese, sia a livello legislativo che programmatorio, qual è quella per la quale ha incontrato le maggiori difficoltà?
Aumentare ogni anno il Fondo sanitario. In ogni legge di Bilancio ho battagliato. Detto ciò, in sanità ogni intervento, anche il più piccolo, è difficile perché tutto è strettamente collegato e ogni comparto interagisce con un altro come a Domino. Fatta questa premessa è evidente che, come dicevo prima le misure come il Ddl Lorenzin, il cui iter è durato quasi 5 anni, sia stato intriso di difficoltà proprio perché toccava numerosi aspetti del Ssn: le nuove norme sulle sperimentazioni cliniche, sulla medicina di genere, pene più severe all’abusivismo sanitario e contro chi commette abusi nelle strutture sanitarie per anziani e disabili. E poi è stato affrontato dopo 70 anni il tema della riforma degli Ordini professionali sanitari riconoscendo anche nuove professioni come quelle dell’osteopata e del chiropratico. Nel provvedimento sono stati istituiti anche nuovi ordini professionali per infermieri, ostetriche, tecnici sanitari di radiologia medica e professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione. Molto complicate, come spiegavo prima sono state anche la battaglia su Stamina, anche perché pur sapendo che si era di fronte ad una vera e propria truffa, c’era tutta l’opinione pubblica contro. E poi il decreto vaccini che come stiamo vedendo in questi giorni è diventato un tema da campagna elettorale con un dibattito che ha del surreale. Non dimentico nemmeno i nuovi Lea e il nomenclatore che sembravano impossibili ma che con un duro lavoro siamo riusciti a chiudere.
 
Il suo dicastero è iniziato con il Patto per la Salute con le Regioni del 2014. Un buon inizio, celebrato all’epoca come un grande successo. Ad oggi, però, molte delle cose scritte in quel patto (riforma ticket, nuove politiche per il personale, finanziamento Ssn) sono rimaste sulla carta o addirittura hanno subito un’inversione di rotta (vedi fondi per la sanità molto diminuiti rispetto alle cifre del Patto). Di chi la responsabilità tra i due firmatari? Più vostra (Governo) o più delle Regioni?
Non sono d’accordo in toto. Il Patto è stato completato al 90%. Dapprima, abbiamo cancellato i tagli lineari (i cui danni vediamo ancora oggi) che negli anni precedenti stavano distruggendo davvero il sistema.  Abbiamo finalmente messo in moto le centrali uniche d’acquisto, abbiamo riorganizzato gli ospedali con l’introduzione dei nuovi standard ospedalieri, è stato redatto il Piano nazionale cronicità, abbiamo introdotto i piani di efficientamento delle aziende ospedaliere, abbiamo sbloccato molti accordi nell’ambito dell’edilizia sanitaria, abbiamo fatto le nuove norme per le nomine dei manager delle Asl, solo per citare alcune riforme messe in atto, con l'obiettivo di rendere il sistema sanitario sostenibile di fronte alle nuove sfide: l'invecchiamento della popolazione, l'arrivo dei nuovi farmaci sempre più efficaci ma costosi, la medicina personalizzata. 
Quando sono arrivata al Ministero, la sanità italiana era tecnicamente in default con metà delle regioni commissariate o in piano di rientro. Oggi i conti sono in ordine, il Piemonte è uscito dal Piano di rientro, l’Abruzzo è uscito dal commissariamento e il Lazio dovrebbe uscirne entro l’anno. Ma tornando a 5 anni fa ricordo che il rapporto tra lo Stato e le Regioni era di fatto interrotto, per quanto riguarda il sistema sanitario. Dopo un mese e mezzo hanno provato a togliermi la disponibilità di altri 2 miliardi: il fondo doveva passare da 107 a 105 miliardi per finanziare il mancato aumento dei ticket. Abbiamo fatto un lavoro importantissimo con le centrali uniche d’acquisto. Con i soldi recuperati abbiamo finanziato i Lea. Il primo mese siamo riusciti a creare, sempre con le risorse recuperate, il fondo per l’Epatite C strutturale, con cui abbiamo guarito più di 110mila persone e ne cureremo altre 160mila nel prossimo anno e mezzo. E poi c’è il fondo per gli oncologici. Ma tutto questo è sufficiente? No. Io ho aumentato di 7 miliardi di euro il Fondo Sanitario Nazionale. Ma rispetto al fabbisogno dell’invecchiamento della popolazione noi abbiamo bisogno di molti miliardi in più (a breve termine la spesa andrebbe portata al 7% del Pil) nei prossimi anni per mantenere un sistema che è sostanzialmente universalistico, a meno che non vogliamo cedere al modello americano. Io penso che il nostro sistema universale sia il nostro grande tesoro e dobbiamo preservarlo ad ogni costo.
 
Ministro, dopo questa esperienza di Governo ha deciso di “cambiare mestiere” e di indossare i panni del leader di partito con la sua Civica Popolare. Quale programma per la sanità?
La mia intenzione è quella di riproporre una riforma del titolo V rendendo più agile il rapporto tra Stato e Regioni. Serve un modello nuovo di commissariamento e di intervento dello Stato, azienda per azienda, invece di commissariare la Regione interveniamo sull'azienda sanitaria che non funziona. Da quasi 20 anni le Regioni sono le titolari dell'azione sulla sanità, il ministero può fare poco, per questo sono stata fermamente per la riforma della Costituzione che avrebbe restituito potere al ministero della Salute. Nel nostro programma però ci sono anche misure specifiche: il contrasto alle lunghe liste di attesa, con un nuovo Piano nazionale di Governo. Vogliamo poi abolire definitivamente il superticket da 10 euro e rivedere l’intera normativa per garantire effettiva equità e ripensare il meccanismo delle scuole di specializzazione e dell’accesso a medicina.
Un altro tema cui tengo molto è quello che riguarda la promozione dei principi dell’Urban health Rome declaration, siglata tra Ministero della Salute e Anci, che riconosce il concetto di salute un elemento imprescindibile per il benessere di una società, non più solo un “bene individuale” ma un “bene comune”, che chiama tutti all’osservanza di regole di convivenza civile. Questo è anche un tema che ho portato nell’agenda del G7 Salute che si è tenuto a Milano ed è tra i principi sottoscritti nel comunicato finale che è stato firmato anche dagli Stati Uniti.
Tema centrale del nostro programma è l’assistenza domiciliare per gli anziani in tutta Italia. Attualmente è talmente scarsa che la gente nemmeno sa che esiste. Viaggiamo nelle diverse Regioni dallo 0.8% del Lazio ad un isolato 4% dell'Emilia Romagna di ultrasessantacinquenni "serviti", ma con un numero di ore risibile rispetto (Emilia inclusa) agli altri paesi EU.
 
Ci vuole dire una ragione per la quale un medico dovrebbe votarla alle prossime elezioni?
Innanzitutto vorrei ringraziare tutti gli operatori della sanità. In questi anni difficili hanno lavorato in condizioni difficilissime, con il blocco del turnover, il contratto fermo, zero assunzioni e il problema delle specializzazioni. Negli anni ho detto che senza personale sanitario e senza medici non si può lavorare. La medicina oggi si basa su due cose: sulle professionalità delle persone e sull’innovazione. Ma più in generale mi sono battuta per contrastare il fenomeno della proletarizzazione delle professioni in generale. Una deriva che rischia di distruggere la mobilità sociale, l’ascensore sociale e quella che è stata la grandezza dell’Italia, ovvero che il figlio di un contadino si laureava, faceva un concorso per merito e poteva cambiare la sua vita.
Detto ciò in questi anni abbiamo messo in campo innanzitutto un fondo ad hoc per affrontare il problema del turnover che ha portato in questi anni a sbloccare per le Regioni in piano di rientro più di 10mila posti di lavoro. Vorrei però ricordare che i concorsi non li fa il Ministero: li fanno le Regioni. Ed è evidente che se le Regioni ci mettono due anni a farne uno, ci troviamo di fronte ad un grosso problema. Abbiamo con molta fatica, non lo nego, realizzato la ‘Piramide del ricercatore’ che consentirà migliaia di ricercatori sanitari di avere una concreta prospettiva professionale che li porterà ad entrare nei ruoli del Servizio sanitario nazionale anche con qualifica dirigenziale e permetterà ai ricercatori della sanità di avere le stesse chance in Italia che all’estero. Altro tassello riguarda i fabbisogni. Prima si facevano le assunzioni a chiamata. Oggi gli abbiamo dato il “metodo” e abbiamo stilato un piano di fabbisogni che si basa sulla nuova rete ospedaliera, per assumere e programmare con criterio. Abbiamo combattuto, anche se non era una nostra prerogativa, sul campo delle borse di studio e delle specializzazioni ma è chiaro che serve un nuovo approccio su questo argomento e sull’accesso alle scuole di medicina. L’altro vero tema, oltre appunto allo sblocco del turnover, è quello del rinnovo contrattuale, quindi dei Medici, degli operatori e dei giovani che devono entrare ed essere stabilizzati. Le Regioni avrebbero dovuto accantonare in questi anni risorse economiche adeguate perché sapevano che era loro dovere farlo. Con il Ministro per la Pubblica Amministrazione, Marianna Madia, abbiamo cercato trovare le risorse. Per quest’anno i fondi li avevo trovati con la tassa di scopo sul tabacco, che non è nient’altro che un modo per liberare risorse per il settore farmaceutico-oncologico. Parliamo di circa 750 milioni che avrebbero sbloccato le risorse necessarie per chiudere la partita contratto e superticket.

 
Ministro, un’ultima questione riemersa proprio in questi giorni. Il caso Ema dopo le preoccupazioni per il ritardo di Amsterdam e il ricorso del Governo: sinceramente, ma quali speranze abbiamo?
È stato presentato il ricorso ma dobbiamo essere chiari, le possibilità non sono molte anche perché sappiamo quali sono le procedure di Bruxelles e come sia difficile smontare un'operazione di questo tipo. Detto ciò a mio avviso però ci sono degli elementi gravi di cui tener conto: c’è il mancato rispetto dei tempi di consegna dell’immobile, che comunque rischia di compromettere l'operabilità dell’agenzia, ma c’è poi anche il mancato rispetto dell’offerta economica, di ben 100 euro in più al metro quadrato, con una spesa aggiuntiva per EMA superiore per più di 7.534.000 euro in tre anni. Per me questi elementi rappresentano un fatto grave, non solo rispetto all’Italia, ma anche nei confronti di tutti gli altri paesi che hanno stabilito delle regole d’ingaggio poi non accettate. E tutto ciò non può passare come se nulla fosse, dal punto di vista giuridico e, soprattutto, dal punto di vista politico.
 
C.F.

 

 

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