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Hiv/Aids. Nel 2020 dimezzate nuove diagnosi Hiv e segnalazioni casi Aids. Ma sul dato pesa l’impatto della pandemia. Ecco i nuovi dati dell’Iss

19 novembre - Nel 2020 sono state segnalate 1.303 nuove diagnosi di infezione da HIV (nel 2019 erano 2.473) e sono stati diagnosticati 352 nuovi casi di AIDS (605 nel 2019). L’incidenza delle diagnosi da Hiv è più alta tra i 25 e i 39 anni. La quota di nuove diagnosi HIV attribuibili a maschi che fanno sesso con maschi (MSM) (45,7%) è maggiore a quella ascrivibile a rapporti eterosessuali (42,4%). IL RAPPORTO

Nel 2020, sono state segnalate 1.303 nuove diagnosi di infezione da HIV pari a un’incidenza di 2,2 nuove diagnosi ogni 100.000 residenti. Un dato che segna un calo del 47% rispetto al 2019. Allo stesso modo sono stati diagnosticati 352 nuovi casi di AIDS rispetto ai 605 nel 2019. Numeri che confermano il trend in discesa degli ultimi anni ma che nel 2020 a causa della pandemia da Covid 19 segnano un crollo che potrebbe essere imputato ad un ritardo delle diagnosi. È quanto emerge dai nuovi dati sulle nuove diagnosi di infezione da Hiv e dei casi di Aids in Italia al 31 dicembre 2020 redatti dall’Iss con il contributo di alcuni componenti del Comitato Tecnico Sanitario del Ministero della salute e i referenti della Direzione Generale della Prevenzione sanitaria del Ministero della salute.
 
Hiv
Dal 2012 si osserva una diminuzione delle nuove diagnosi HIV, che appare più evidente dal 2018, con un declino ulteriore nel 2020. L’Italia, in termini di incidenza delle nuove diagnosi HIV, nel 2020 si colloca al di sotto della media dei Paesi dell’Unione Europea (3,3 casi per 100.000 residenti). Nel 2020, le incidenze più alte sono state registrate in Valle d’Aosta, Liguria, Provincia Autonoma di Trento e Lazio. Le persone che hanno scoperto di essere HIV positive nel 2020 erano maschi nel 79,9% dei casi.
 
L’età mediana era di 40 anni sia per i maschi che per le femmine. L’incidenza più alta è stata osservata tra le persone di 25-29 anni (5,5 nuovi casi ogni 100.000 residenti) e di 30-39 anni (5,2 nuovi casi ogni 100.000 residenti); in queste fasce di età l’incidenza nei maschi è circa 4 volte superiore a quelle delle femmine.
 
Nel 2020, la maggior parte delle nuove diagnosi di infezione da HIV era attribuibile a rapporti sessuali non protetti da preservativo, che costituivano l’88,1% di tutte le segnalazioni. Diversamente dagli anni precedenti, in cui erano preponderanti le diagnosi associate a trasmissione eterosessuale, nel 2020, la quota di nuove diagnosi HIV attribuibili a maschi che fanno sesso con maschi (MSM) (45,7%) è maggiore a quella ascrivibile a rapporti eterosessuali (42,4%).
 
I casi attribuibili a trasmissione eterosessuale erano costituiti per il 59,4% da maschi e per il 40,6% da femmine. Tra i maschi, il 57,3% delle nuove diagnosi era rappresentato da MSM.
 
 
Il numero di nuove diagnosi di infezione da HIV in stranieri è in diminuzione dal 2017.
Nel 2020, si osserva un lieve aumento della proporzione di persone con una nuova diagnosi di HIV con nazionalità straniera, passando dal 27,5% nel 2019 al 32,6% nel 2020. Tra gli stranieri, il 52,8% delle nuove diagnosi era attribuibile a rapporti eterosessuali (eterosessuali femmine 28,1%; eterosessuali maschi 24,7%). Dal 2015 aumenta la quota di persone a cui viene diagnosticata tardivamente l’infezione da HIV (persone in fase clinicamente avanzata, con bassi CD4 o in AIDS). Nel 2020 il 41,0% delle persone con una nuova diagnosi di infezione da HIV è stato diagnosticato tardivamente con un numero di linfociti CD4 inferiore a 200 cell/μL e il 60,0% con un numero inferiore a 350 cell/μL. Una diagnosi HIV tardiva (CD4 < 350 cell/μL) è stata riportata in 2/3 degli eterosessuali sia maschi che femmine (67,6%). Nel 2020, oltre un terzo delle persone con nuova diagnosi HIV ha eseguito il test HIV per sospetta patologia HIV o presenza di sintomi HIV correlati (37,1%). Altri principali motivi di esecuzione del test sono stati: rapporti sessuali senza preservativo (17,2%), comportamento a rischio generico (10,0%), iniziative di screening/campagne informative (6,5%), accertamenti per altra patologia (3,5%).
 
L’impatto del Covid sulle diagnosi di Hiv.
L’evidente diminuzione di nuove diagnosi nelle Regioni del Nord, che sono state colpite più duramente dalla pandemia di COVID-19, e la riduzione delle diagnosi tra le persone che non avevano un sistema immunitario compromesso (CD4 > 350) e che quindi presumibilmente avevano minore urgenza di eseguire il test, possono suggerire che almeno una parte del calo di nuove diagnosi, osservato nel 2020, sia riferibile alle conseguenze della pandemia di COVID-19. Tuttavia, è difficile su questa base stabilire se a questa diminuzione corrisponda una reale diminuzione dell’incidenza delle infezioni o se ci si debba attendere un ritardo nella diagnosi che eventualmente emergerà nei prossimi mesi. In conclusione, il ridotto numero di casi nel 2020 potrebbe essere ascrivibile a più fattori, quali: la ridotta disponibilità dei servizi sanitari, la diminuita presentazione delle persone agli stessi con conseguente ritardo di diagnosi, il ritardo di notifica e la reale diminuzione dell’incidenza di infezione. Malgrado i dati siano ancora da consolidare, rappresentano una prima stima dell’impatto della pandemia di COVID-19 sull’andamento delle nuove diagnosi HIV in Italia.
 
AIDS.
La sorveglianza dei casi di AIDS riporta i dati delle persone con una diagnosi di AIDS conclamato. Dall’inizio dell’epidemia (1982) a oggi sono stati segnalati 71.591 casi di AIDS, di cui 46.366 deceduti entro il 2018. Nel 2020 sono stati diagnosticati 352 nuovi casi di AIDS pari a un’incidenza di 0,7 nuovi casi per 100.000 residenti.
 
L’incidenza di AIDS è in costante diminuzione. È diminuita nel tempo la proporzione di persone che alla diagnosi di AIDS presentava un’infezione fungina, mentre è aumentata la quota di persone con un’infezione virale e batterica. Nel 2020, il 78,4% delle persone diagnosticate con AIDS non aveva ricevuto una terapia antiretrovirale prima della diagnosi di AIDS.
 
Il quadro delle patologie di esordio è differente tra trattati e non trattati. In particolare, si evidenzia tra i trattati una proporzione maggiore di Candidosi (polmonare ed esofagea), Wasting syndrome, linfomi (Burkitt, immunoblastico, cerebrale) e una percentuale minore di polmonite da Pneumocystis carinii, infezioni da Cytomegalovirus, toxoplasmosi cerebrale, sarcoma di Kaposi. La proporzione di persone con nuova diagnosi di AIDS che ignorava la propria sieropositività e ha scoperto di essere HIV positiva nel semestre precedente la diagnosi di AIDS è aumentata nel 2020 (80,4%) rispetto al 2019 (70,9%). Il numero di decessi in persone con AIDS rimane stabile ed è pari a poco più di 500 casi per anno.
 
 
L’impatto del Covid sulle diagnosi di Aids.
In conclusione, durante l’anno di pandemia COVID-19 vi è stato un calo evidente delle nuove diagnosi AIDS, di circa il 50% rispetto ai tre anni precedenti. Tale diminuzione è risultata più marcata nel primo mese dei due lockdown. Nonostante i servizi sanitari per le persone HIV positive siano rimasti attivi anche durante il periodo emergenziale per dare assistenza ai casi gravi, tuttavia la riduzione di diagnosi osservata potrebbe suggerire varie ipotesi: una reale diminuzione delle diagnosi di AIDS, una sottonotifica delle diagnosi, una ridotta presentazione delle persone con una situazione clinica aggravata per timore di esporsi al COVID-19 recandosi in ospedale, o una minore capacità di assistenza nei centri HIV dovuta alla contrazione di personale sanitario dislocato ai reparti COVID-19. Appare, quindi, plausibile la possibilità che una quota di diagnosi di AIDS sia stata ritardata in seguito all’emergenza COVID-19 (con evidenti implicazioni in termini di trattamento e sopravvivenza), sottolineando la necessità di stabilire strategie assistenziali prioritarie durante i periodi pandemici.

 

 

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