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Covid. Corte dei conti. “Ssn ha retto l’impatto della pandemia. Ma per il futuro non ridurre attenzione e risorse sul comparto”

29 maggio - La spesa sanitaria nel 2020 ha raggiunto i 123,5 miliardi, con un incremento del 6,7 % rispetto al 2019. “Gli approfondimenti delle singole voci di costi e di ricavi mettono in rilievo le differenti modalità con cui le regioni hanno risposto alla crisi. Le analisi segnalano anche l’eredità negativa in termini di mancate prestazioni sia a livello ospedaliero che ambulatoriale; un fenomeno che riguarda tutte le regioni e su cui poco hanno potuto fare, per ora, gli interventi finanziari introdotti. Occorrerà mantenere elevata l’attenzione sul tema delle risorse da destinare al settore”. IL RAPPORTO

“Il sistema sanitario italiano, nonostante le difficoltà incontrate, ha retto all’impatto della crisi. Ciò ha comportato costi importanti, non solo di natura finanziaria, che richiedono che l’attenzione dedicata nell’anno appena a passato questo settore non si riduca. È ancora presto per fare un bilancio di quale eredità la pandemia finirà per lasciarci. La crisi non si è ancora conclusa e, soprattutto, non è ancora chiaro a quali adattamenti e a quali costi i nostri sistemi regionali saranno sottoposti in un periodo non breve di “convivenza” con il virus”. È quanto scrive la Corte dei conti nel suo ultimo Rapporto sul Coordinamento della Finanza pubblica diffuso il 28 maggio scorso.
 
Spesa in aumento a 123,5 mld
I dati relativi alla spesa dell’anno registrano, come era da attendersi, una forte crescita, segnando un’interruzione del processo di stabilizzazione degli ultimi esercizi; ne mostrano anche la ricomposizione richiesta dalle nuove e improvvise necessità. A consuntivo, la spesa sanitaria ha raggiunto i 123,5 miliardi, con un incremento del 6,7 per cento rispetto al 2019 (7,5 per cento l’incidenza sul prodotto rispetto al 6,5 dell’esercizio precedente).
 
Aumenta spesa per consumi intermedi e redditi da lavoro
Gli esborsi per redditi da lavoro (quelli per la produzione diretta di servizi), che nel 2019 erano aumentati di circa il 3,1 per cento anche per la sottoscrizione dei rinnovi contrattuali della dirigenza sanitaria (e dei relativi arretrati), registrano un ulteriore aumento, anche se contenuto (+1,5 per cento). Ma è soprattutto l’aumento della spesa per consumi intermedi (+12,8 per cento) ad incidere sul risultato complessivo delle prestazioni sanitarie non market: si tratta della crescita di 4,2 miliardi di beni per la produzione diretta di servizi, mentre è limitata quella per i servizi amministrativi (+200 milioni).
 
In calo i ricavi per 1,3 mld
Ha contribuito a tale risultato anche la brusca diminuzione dei ricavi (-1,3 miliardi), imputabile in prevalenza alla flessione della domanda di servizi sanitari non Covid (sospensione delle normali viste specialistiche) con relativa riduzione delle entrate per ticket (per circa 500 milioni), delle prestazioni di intra-moenia (circa 300 milioni) e delle entrate per mobilità internazionale (circa 200 milioni). Tutti importi portati in riduzione della spesa. Più limitato il contributo alla variazione delle prestazioni market (+3 per cento). Un risultato che è frutto di andamenti molto diversi tra le componenti, proprio a ragione della diversa incidenza della pandemia e delle misure assunte per contrastarne la diffusione. Crescono del 3,2 per cento le spese per la specialistica e del 12,7 per cento quelle per assistenza medico generica, su cui ha inciso, oltre all’emergenza, il rinnovo delle convenzioni. Da ricondurre al rallentamento e, in alcuni periodi, al blocco delle attività la riduzione delle spese per assistenza ospedaliera da privati (-1.25 per cento), per farmaci e riabilitativa (rispettivamente -3,6 e -4,6 per cento): ritardo che dovrà eventualmente essere recuperato, come in parte avvenuto già nel 2020, con interventi straordinari per il riassorbimento di prevedibili tensioni sul fronte delle liste d’attesa. Nella lettura dei risultati dell’anno va poi considerata la spesa gestita direttamente dal Commissario straordinario all'emergenza: secondo i primi rendiconti disponibili, oltre 2,4 miliardi per acquisti di materiali di uso corrente forniti alle strutture sanitarie territoriali, che spiegano circa 1,4 miliardi dell’incremento dei consumi intermedi della gestione diretta.
 
Crescono gli accantonamenti
Nel conto della sanità, ma tra le spese delle amministrazioni centrali, vi sono poi gli acquisti di materiali di uso corrente per le scuole, per circa 1 miliardo. I costi e i ricavi regionali, desumibili dai conti consolidati del IV trimestre del 2020, ancora provvisori, consentono una prima lettura degli andamenti delle principali variabili. Non è tuttavia possibile, al momento, trarne indicazioni definitive per i risultati economici a livello territoriale. Le risorse destinate alle regioni per far fronte all’epidemia sono confluite nel finanziamento indistinto, ma conservando un vincolo di destinazione: in caso di non utilizzo nell’esercizio, esse dovevano dar luogo ad un accantonamento ed essere utilizzate per le attività previste nel 2021. Dai conti economici emerge una forte crescita degli accantonamenti: ciò sembrerebbe indicare che solo poco più della metà delle maggiori somme attribuite sia stato utilizzato nell’anno. Si tratta di dati provvisori, oggetto di confronto tra Ministeri dell’economia e della salute e le regioni. Al momento della chiusura del Rapporto, i Tavoli di monitoraggio sono ancora in corso. Gli approfondimenti delle singole voci di costi e di ricavi mettono in rilievo le differenti modalità con cui le regioni hanno risposto alla crisi. Differenze che sono lo specchio di come nell’emergenza ci si sia dovuti muovere puntando sulle opzioni più immediatamente disponibili e di come abbiano inciso le condizioni di partenza dei sistemi regionali.
 
Le differenze nella qualità dei servizi offerti, le carenze di personale dovute ai vincoli nella fase di risanamento, i limiti nella programmazione delle risorse professionali necessarie, ma, anche, la fuga progressiva dal sistema pubblico, le insufficienze dell’assistenza territoriale a fronte del crescente fenomeno delle non autosufficienze e delle cronicità, il lento procedere degli investimenti sacrificati dalle necessità correnti. Guardare oggi agli indicatori alla base del monitoraggio LEA consente di mettere a fuoco le condizioni prima della crisi e capire i problemi da cui è necessario ripartire. Nel 2020 sono state introdotte numerose misure che miravano ad incidere sugli aspetti più problematici dell’assistenza.
 
Per la pandemia messi a disposizione 8 miliardi
Misure dirette ad aumentare le dotazioni di personale delle strutture che lamentavano, già da prima, una contrazione di quello a tempo indeterminato che non consentiva di mantenere un’adeguata qualità dell’offerta; ad adeguare con immediatezza la disponibilità dei posti letto in linea con i numeri crescenti della pandemia; a rafforzare le strutture territoriali; a ridurre gli effetti indesiderati del blocco dell’attività dovuto al lockdown. Le risorse messe a disposizione sono rilevanti: oltre 8 miliardi, di cui 3,6 gestiti direttamente dalle regioni. La dimensione dell’impegno messo in campo trova una immediata rappresentazione negli 83.000 operatori del settore coinvolti, a vario titolo, nell’emergenza: gli oltre 21.000 medici e i 32.000 infermieri impegnati costituiscono, rispettivamente, il 21 e il 12,5 per cento della forza esistente all’inizio della pandemia.
 
Le Usca hanno funzionato
Buoni risultati anche nella definizione di nuove strutture, le USCA, che dopo le prime difficoltà hanno rappresentato un elemento importante di rafforzamento dell’assistenza territoriale. Limitato, invece, il grado di attuazione di altre misure, quali l’utilizzo degli infermieri di comunità, l’inserimento degli assistenti sociali e degli psicologi, l’attivazione delle Centrali operative regionali. Incerti anche i risultati sul potenziamento dell’assistenza domiciliare o il recupero dell’attività ordinaria, che rappresenta forse il maggior onere che la pandemia ci obbliga ora ad affrontare.
 
Attuazione del Pnrr sia in collegamento con riforma fiscale
Il Recovery plan, sarà chiamato a cogliere una opportunità di cambiamento di sicuro rilievo e unicità, ma dovrà superare i limiti che finora hanno frenato gli investimenti. Un contributo importante potrà venire dalle tecnologie non solo per adeguare e ammodernare le strutture, ma anche nel mettere a disposizione, come stanno facendo l’Amministrazione centrale e le regioni, strumenti per una programmazione nell’utilizzo delle risorse attenta alle effettive esigenze dell’assistenza e, quindi, in grado di evitare duplicazioni nell’offerta e inefficienze organizzative. Questo non potrà esimerci dal mantenere l’attenzione sul tema delle risorse da destinare al settore. La crisi e il conseguente aumento del debito hanno aggravato difficoltà che erano già rilevanti e che, in prospettiva, diventano più acute per il crescente squilibrio demografico. Si è, tuttavia, anche evidenziata l’esigenza di aumentare strutturalmente alcune componenti della spesa sanitaria, sia corrente, sia in conto capitale. Ciò porta a riprendere il confronto su temi di rilievo, come l’assistenza per il long term care, parte integrante del ridisegno dell’assistenza territoriale che dovrebbe prendere corpo con l’attuazione del Recovery plan, ma che richiede adeguate scelte anche in stretto collegamento con altre riforme nell’Agenda del Governo, come la riforma fiscale.

 

 

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