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  • Dal 2009 ad oggi i medici hanno perso 6.470 euro in potere d’acquisto. Con il nuovo contratto aumenti medi variabili tra 83 e 200 euro che non coprono il gap stipendiale. L’Analisi per le categorie

Dal 2009 ad oggi i medici hanno perso 6.470 euro in potere d’acquisto. Con il nuovo contratto aumenti medi variabili tra 83 e 200 euro che non coprono il gap stipendiale. L’Analisi per le categorie

9 dicembre - L'analisi è del Centro studi della Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche. Con questi aumenti - sottolinea il report - non si riuscirà a recuperare quanto perso nella decade di blocco contrattuale che in percentuale ha comportato una perdita di potere di acquisto media del -6,33%. Per medici e infermieri si sale quasi il 9%, circa il 10% per le professioni tecniche e circa il 5% per i dirigenti non medici. Ma non si sono persi solo soldi: dal 2009 al 2017 sono uscite dal Ssn 25.230 unità, di cui circa 12.000 infermieri e quasi 8.000 medici. L'ANALISI.

Tra legge di bilancio e nuovi contratti c’è una nuvola nera che si addensa sul personale del Servizio sanitario nazionale: aumenti davvero all’osso e perdita di potere di acquisto che dall’ultimo contratto “normale” – quello del 2009 - ha tolto alle buste paga di chi lavora in sanità una media del 6,33% del loro potere di acquisto con una forbice compresa tra poco più dell’1 e circa il 10% in base alle varie categorie professionali. In valori assoluti e in base agli stipendi di partenza che non considerano una serie di indennità.
 
Lo rileva il Centro studi FNOPI (Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche) in un suo report dettagliato per le diverse categorie professionali.
 
Un gap che si cerca oggi di recuperare con gli aumenti proposti per il nuovo contratto (pari a una media del 3,50%) pari a una media in busta paga di circa 144,68 euro, variabili tra i 180 e i 201 euro in più circa per i dirigenti e gli 83,67 euro in più per il comparto. Tutto questo però a fronte di una perdita di potere di acquisto in valore assoluto variabile dai quasi 6.500 euro per i medici (il cui stipendio è più alto di quello degli altri professionisti), ai circa 2.500 euro per il personale con funzioni riabilitative (dal calcolo sono esclusi gli odontoiatri i cui valori sono viziati dal fatto di essere dipendenti in solo 163 unità nel 2009 e la metà nel 2017).
 
Confermando l’aumento del 3,50 scritto nella legge di Bilancio 2020 per gli anni 2019-2021 (quelli del prossimo contratto) per il nuovo contratto, rispetto al +3,48% del contratto precedente, la situazione delle buste paga degli operatori sanitari rimarrebbe quindi pressoché stabile con una crescita dello 0,2% rispetto alla tornata precedente.
 
Si tratterebbe infatti di un aumento medio che in tutto il Servizio sanitario nazionale varrebbe circa 1.880,88 euro l’anno, 144,68 euro al mese medi. Ma che sarebbe ovviamente diverso tra dirigenza e comparto. Alla prima infatti spetterebbero aumenti mensili medi tra i 180,49 euro (su tredici mensilità) dei dirigenti non medici ai 201,33 dei medici, mentre il secondo si fermerebbe su 83,67 euro di aumento.
 
All’interno della dirigenza poi, si andrebbe dall’aumento più basso di circa 143,72 euro mensili per i dirigenti sanitari non medici, a quello più alto di 188,12 euro al mese per i dirigenti amministrativi (ai medici, i più numerosi, toccherebbero aumenti mensili di circa 170,35 euro). 
 
Nel comparto invece il livello più basso con 71,41 euro al mese è del ruolo tecnico, mentre il più alto con 93,37 euro al mese è del personale di vigilanza e ispezione (gli infermieri, la categoria professionale in assoluto più numerosa di tutto il Servizio sanitario nazionale, avrebbero circa 90,21  euro mensili in più).
 
Nel comparto poi si avrebbe una ulteriore differenziazione media tra i vari livelli previsti e così il più basso, il livello A, raggiungerebbe in media 80,96 euro, mentre il più alto, il Ds6, 95,34, con una media nelle fasce (poco più alta di quella assoluta di comprato) di 85,85 euro di aumento.
 
Alla perdita economica si associa la perdita sempre dal 2009 in poi di circa 25mila unità di personale (infermieri in testa con quasi 12mila organici in meno) che nelle Regioni più svantaggiate, quelle con piano di rientro, concentra la maggior parte delle perdite.

 

 

 

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