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Donne e tumori: solo una su 10 cura la qualità della vita durante le cure. Oncologi e ginecologi lanciano progetto FemiLift

16 marzo 2017 - Atrofia vaginale, incontinenza e difficoltà nei rapporti sessuali sono le principali conseguenze delle terapie per il trattamento dei tumori femminili. Solo il 10% delle donne, però, affronta questi argomenti con il proprio medico. Per invertire questa tendenza, nasce il progetto nazionale “FemiLift” per la qualità della vita della paziente oncologica. 

Quando si è troppo concentrati sulla cura della malattia, può accadere che la qualità della vita dello stesso paziente passi in secondo piano. Oncologi e ginecologi hanno lanciato la campagna nazionale “FemiLift, per la qualità della vita della paziente oncologica”, proprio per sensibilizzare tutti i pazienti e le persone a loro vicine su questa tematica.

Le conseguenze dei trattamenti oncologici
Atrofia vaginale, incontinenza, difficoltà o impossibilità di avere rapporti sessuali sono solo alcune delle conseguenze più frequenti del trattamento dei tumori femminili con ormonoterapia, chemioterapia e radioterapia. Nel 2016, in Italia, sono stati registrati 50.200 nuovi casi di cancro del seno, oltre 8 mila dell’utero e 5.200 dell’ovaio. 
  
E solo una donna su dieci, tra quelle colpite da questi tumori, ha parlato del proprio benessere psico-fisico con il medico.
“Il 70% delle donne con tumore del seno, pari a circa 35.140 nuovi casi nel 2016 in Italia, va incontro ad atrofia vaginale in seguito alle terapie ormonali utilizzate per combattere la malattia – ha spiegato Francesco Cognetti, direttore Oncologia Medica 1 dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma e presidente della Fondazione Insieme contro il Cancro. 
  
E il problema interessa tutte le pazienti operate per cancro dell’ovaio proprio a causa della rimozione dell’organo. Un disturbo che può avere un impatto negativo sulla qualità di vita: i rapporti sessuali diventano impossibili e le difficoltà nella minzione spesso compromettono le relazioni sociali. Anche la chemioterapia e la radioterapia possono determinare queste condizioni, purtroppo sottostimate. Sia i clinici che le pazienti devono migliorare la comunicazione su questi aspetti. Oggi sono disponibili nuovi strumenti come l’uso del laser che consente di trattare in modo efficace l’atrofia vaginale, presente in più del 50% delle donne in menopausa e, soprattutto, nelle pazienti oncologiche”. 
  
La Campagna FemiLift, presentata oggi al Ministero della Salute, prevede anche attività di educazione e informazione dai principali congressi internazionali, come quelli dell’ASCO (American Society of Clinical Oncology) e dell’ESMO (European Society of Medical Oncology).

Gli stili di vita
“È importante anche l’adozione di stili di vita sani: no al fumo, dieta corretta e attività fisica costante – ha continua il prof. Cognetti - È stato dimostrato che nel tumore del seno l’esercizio regolare riduce il rischio di recidiva di ben il 50% nelle donne con neoplasie ormono-dipendenti, cioè con un alto numero di recettori per gli estrogeni. Oltre al movimento, bisogna prestare attenzione al peso sempre, in particolare in menopausa: dopo la fine dell’età fertile, l’obesità è responsabile di circa il 20% delle neoplasie e del 50% delle morti dovute a tumori mammari”.

L’atrofia vaginale rappresenta una condizione quasi fisiologica, invece, nelle donne in menopausa: “è una condizione debilitante – ha spiegato Paolo Scollo, direttore Ginecologia dell’Ospedale Cannizzaro di Catania e past president SIGO (Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia.  La mancanza degli ormoni sessuali che erano prodotti dalle ovaie - in particolare estrogeni e progesterone - provoca disturbi spesso definiti dalle pazienti come secchezza vaginale: la mancata lubrificazione della mucosa vaginale ne determina ulteriore perdita di elasticità. I rapporti sessuali diventano difficili o impossibili, con ripercussioni negative sul rapporto di coppia. Le donne con atrofia vaginale soffrono anche di cistiti recidivanti”. La maggior parte, per pudore o scarsa conoscenza dei sintomi, non ne parla con il medico. Inoltre le uniche terapie disponibili erano rappresentate dai trattamenti ormonali, non utilizzabili nelle donne che hanno avuto la diagnosi di tumore per l’alto rischio di favorire una ricomparsa della malattia, e da gel lubrificanti, che però hanno un’efficacia solo a breve termine, da un’indagine è emerso che meno del 45% si ritiene soddisfatto di questo rimedio.

I rimedi
“L’uso dei laser è un’opzione efficace perché agiscono stimolando direttamente il collagene, che nel corso della menopausa si indurisce e perde spessore – ha continuato Scollo -. Il collagene riacquista la capacità di produrre muco e la vagina torna all’elasticità originaria e ad essere lubrificata come prima della menopausa”. Un particolare strumento, il laser CO2, è adatto anche alle pazienti oncologiche perché ha una sonda più piccola rispetto a quella utilizzata per le ecografie endovaginali. Sono previste 3 sedute, una al mese, di circa 10 minuti. “Il nuovo campo di applicazione di questi strumenti – ha aggiunto Scollo - è proprio in queste pazienti, spesso giovani e in menopausa indotta dall’intervento chirurgico, dalla chemioterapia, dalla terapia ormonale o dalla radioterapia. 
  
Uno dei vantaggi di questa apparecchiatura è rappresentata da coprisonda sterili e monouso con la massima garanzia di igiene per le pazienti. È completamente esente da rischi, non è dolorosa e non provoca effetti collaterali. Le pazienti, dopo il dramma della malattia, possono tornare a rivivere il loro corpo, la sessualità e il rapporto con il partner. Da un punto di vista psicologico è un vero e proprio ritorno alla vita. Abbiamo condotto uno studio in corso di pubblicazione su una rivista internazionale che ha dimostrato che, grazie al laser, lo spessore del collagene è triplicato”. Un ulteriore campo di applicazione dei laser è quello dell’incontinenza urinaria da stress. “Si tratta di un problema rilevante, ne soffre circa il 20% delle donne – ha concluso Scollo -. Non dimentichiamo che è stata classificata dall’Unione Europea come malattia sociale visti i costi elevatissimi”.
 

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