20 febbraio – L’Università Statale di Milano, in collaborazione con l’Università di Torino e la Queen Mary University of London, ha condotto uno studio su come le nanoplastiche possano interferire con i neuroni che regolano pubertà e fertilità, suggerendo che possano comportarsi come potenziali nuovi interferenti endocrini. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Small.
Le nanoplastiche possono interferire con alcune funzioni cellulari dei neuroni che regolano pubertà e fertilità.
È quanto emerge da uno studio condotto dal Dipartimento di Scienze Farmacologiche e Biomolecolari “Rodolfo Paoletti” dell’Università Statale di Milano, in collaborazione con l’Università di Torino e la Queen Mary University of London, pubblicato sulla rivista scientifica “Small”. Si tratta di risultati ottenuti in modelli cellulari che non consentono di trarre conclusioni dirette sugli effetti nell’uomo, ma che propongono un possibile meccanismo biologico da approfondire.
Le nanoplastiche, particelle microscopiche derivanti dalla degradazione della plastica, sono sempre più diffuse nell’ambiente e sono state rilevate nell’acqua, negli alimenti e anche nell’organismo umano. Il loro potenziale impatto sulla salute è oggetto di crescente attenzione scientifica.
Lo studio ha indagato se queste particelle possano interferire con i neuroni che producono l’ormone di rilascio delle gonadotropine (GnRH), elemento chiave dell’asse ipotalamo–ipofisi–gonadi, che regola l’avvio della pubertà e la funzione riproduttiva. Alterazioni nello sviluppo o nel funzionamento di questi neuroni possono essere associate a deficit di GnRH, condizione caratterizzata da ritardo puberale e infertilità.
Per valutare i possibili effetti delle nanoplastiche, i ricercatori hanno utilizzato due linee cellulari consolidate di origine murina: GT1-7, modello di neuroni GnRH maturi e secernenti l’ormone, e GN11, modello di neuroni GnRH immaturi dotati di capacità migratoria, una caratteristica essenziale nello sviluppo fetale del sistema riproduttivo.
I risultati indicano che le nanoplastiche sono in grado di entrare nelle cellule e di interferire con alcune funzioni chiave: nel modello GT1-7 è stata osservata un’alterazione della secrezione ormonale, mentre nel modello GN11 una riduzione della capacità migratoria. Analisi di sequenziamento genico hanno inoltre evidenziato modifiche nell’espressione di geni coinvolti nello sviluppo e nella funzione dei neuroni GnRH.
Secondo gli autori, questi dati suggeriscono che le nanoplastiche potrebbero agire come potenziali interferenti endocrini a livello cellulare. Tuttavia, si tratta di evidenze sperimentali ottenute in vitro, che non permettono di stabilire un nesso causale con disturbi riproduttivi nell’uomo.
Lo studio ha inoltre messo in relazione i risultati sperimentali con dati genetici umani derivanti dal sequenziamento dell’esoma in pazienti con deficit di GnRH, identificando varianti rare del gene NPAS2 in due soggetti con grave ritardo puberale. Anche in questo caso, gli autori sottolineano che si tratta di un’osservazione preliminare, che non dimostra un’interazione causale tra suscettibilità genetica ed esposizione ambientale, ma che apre alla possibilità di ulteriori approfondimenti sul ruolo combinato di fattori genetici e ambientali.
“La funzione riproduttiva nei mammiferi dipende da un delicato sistema di controllo ormonale, l’asse ipotalamo–ipofisi–gonadi. Alterazioni nello sviluppo o nel funzionamento dei neuroni GnRH possono portare a deficit di GnRH, ma le cause genetiche note spiegano solo circa metà dei casi, suggerendo che fattori ambientali possano contribuire alla malattia”, hanno spiegato Federica Amoruso e Alyssa Paganoni, prime autrici dello studio.
“Nel complesso, lo studio indica che le nanoplastiche possono agire come nuovi interferenti endocrini, disturbando funzioni essenziali dei neuroni GnRH e potenzialmente contribuendo alla comparsa di disturbi riproduttivi” conclude Anna Cariboni docente del Dipartimento di Scienze Farmacologiche e Biomolecolari e membro del Centro di Ricerca Nemesis della Statale sulle nanoplastiche, coordinatrice dello studio insieme a Roberto Oleari, ricercatore del Dipartimento di Scienze Farmacologiche e Biomolecolari dell’Università degli Studi di Milano.