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Antibiotici. Meno prescrizioni ma più resistenze. E crescono i consumi pediatrici. Il rapporto Aifa

17 aprile – Quasi 1,5 miliardi spesi l’anno, quattro italiani su dieci sotto terapia. Il Rapporto Aifa 2024 racconta un Paese che non riesce a invertire la rotta: obiettivi del Piano nazionale lontani, uso di antibiotici di ultima istanza in impennata (+55% in 5 anni) e i consumi in pediatria sono cresciuti del 5,3% in un anno. IL RAPPORTO

Quasi un miliardo e mezzo di euro spesi ogni anno, quasi quattro italiani su dieci che ricevono almeno una prescrizione di antibiotici nel corso del 2024, e un Piano nazionale di contrasto all’antibiotico-resistenza che, a un anno dalla scadenza originaria, resta in larga misura disatteso.
È il quadro che emerge dal Rapporto Nazionale sull’uso degli antibiotici in Italia 2024, pubblicato dall’Aifa a marzo 2026. Giunto alla sua dodicesima edizione, il documento è più preoccupante che mai.

La spesa complessiva – tra antibiotici sistemici e non – ha raggiunto 1.501,4 milioni di euro, pari a 25,47 euro pro capite. Il consumo totale si è attestato a 49,1 dosi definite giornaliere per mille abitanti (DDD/1000 abitanti die), in lieve flessione rispetto al 2023. Numeri che, a una lettura superficiale, potrebbero sembrare confortanti. Ma basta scavare poco sotto la superficie per capire che la situazione è tutt’altro che sotto controllo.

Un Piano nazionale che non decolla
Il Piano Nazionale di Contrasto all’Antimicrobico-Resistenza (Pncar) 2022-2025 – prorogato al 2026 dopo che era già diventato evidente il mancato raggiungimento degli obiettivi – aveva fissato target ambiziosi. Il rapporto li passa in rassegna uno per uno e il bilancio è sconfortante.
In ambito territoriale, l’obiettivo principale era una riduzione di almeno il 10% del consumo di antibiotici sistemici nel 2025 rispetto al 2022. Nel 2024, rispetto al 2019, la variazione nazionale si è fermata al -4,5%, ben al di sotto della soglia richiesta, e con marcate differenze geografiche: il Sud ha raggiunto -10,8%, mentre il Nord ha addirittura segnato un +1,2%
Ma il dato più preoccupante è un altro: la riduzione dei volumi non si è accompagnata a un miglioramento della qualità delle prescrizioni. Al contrario, il rapporto tra consumo di molecole ad ampio spettro e quelle a spettro ristretto è aumentato, portandosi a un valore quasi tre volte superiore alla media europea. Si prescrivono meno antibiotici, forse, ma quelli sbagliati. L’obiettivo del Pncar era ridurre del 20% proprio questo rapporto. Invece, nel periodo considerato, è aumentato dell’11,8% a livello nazionale, con punte del +43,9% al Centro. Un andamento che va esattamente nella direzione opposta rispetto a quanto il Piano si proponeva.

In ambito ospedaliero, la situazione è ancora più grave. Il rapporto è esplicito: nessuno degli obiettivi è stato raggiunto, con una sola eccezione – la riduzione dei fluorochinoloni. L’obiettivo di ridurre il consumo ospedaliero complessivo di oltre il 5% non è stato centrato: dal 2019 al 2024, i consumi sono cresciuti dell’8,2%. E per i carbapenemi – gli antibiotici di ultima istanza, riservati alle infezioni più gravi e resistenti – la situazione è semplicemente allarmante: tra il 2019 e il 2024 i consumi sono aumentati del 55,4%, con un incremento del 10,1% nel solo 2024. L’obiettivo del Piano era una riduzione del 10%.

L’Italia nel contesto europeo: più consumi, meno qualità
Per capire la gravità della posizione italiana, vale la pena guardare al contesto continentale. Nel 2024 il consumo territoriale di antibiotici in Italia è pari a 20,4 DDD/1000 abitanti die, sopra la media UE (18,8), con il decimo posto in Europa e il settimo in ambito ospedaliero. La quota di antibiotici Access (prima scelta), è al 54,8%, sotto il target UE del 65% e stabile sul 2023, con forti differenze regionali (solo Friuli Venezia Giulia ed Emilia-Romagna si avvicinano all’obiettivo europeo. Tre regioni – Calabria, Abruzzo e Sardegna – non raggiungono nemmeno il 50%); in ospedale scende al 38% (media UE 45,3%) con prevalenza di farmaci ad ampio spettro. I dati mostrano una correlazione significativa tra maggiori consumi e più alti livelli di resistenza batterica.

L’Italia, insieme alla Grecia, detiene già il primato europeo per la diffusione delle resistenze per la maggior parte dei patogeni.

I bambini: il campanello d’allarme più forte
Se c’è un capitolo del rapporto che merita attenzione particolare, è quello sulla pediatria. E i dati non lasciano tranquilli.

Nel 2024 il 42,4% dei bambini fino a 13 anni ha ricevuto almeno una prescrizione di antibiotici (40,9% nel 2023), con una media di 2,7 confezioni per trattato e un aumento dei consumi del 5,3%. Più colpiti i 2-5 anni (circa sei su dieci trattati), nonostante la prevalenza di infezioni virali. Crescono i consumi soprattutto tra 6-10 anni (+9,2%) e 11-13 anni (+33,4%).

Anche in pediatria non vengono quindi raggiunti gli obiettivi Pncar sull’appropriatezza: lieve miglioramento del rapporto amoxicillina/amoxicillina+acido clavulanico (0,40 a 0,50) ma forti differenze territoriali (Nord 0,78; Centro 0,37; Sud 0,26) e valori elevati anche per il rapporto ampio/spettro ristretto (2,4 Nord; 5,0 Centro; 8,0 Sud).

Un Paese a due velocità
Il divario Nord-Sud attraversa ogni sezione del rapporto come un filo rosso. Nel 2024, il consumo territoriale di antibiotici al Sud è stato di 17,8 DDD/1000 abitanti die, contro 12,6 al Nord e 16,5 al Centro. Il 58,9% degli over 65 del Meridione ha ricevuto almeno una prescrizione, contro il 36,4% al Nord. L’indicatore composito elaborato dall’Aifa – che combina dati di consumo e appropriatezza – colloca sistematicamente le regioni del Centro-Sud negli ultimi posti, con Marche, Abruzzo, Molise, Campania e Calabria in fondo alla classifica.

Non è una novità, naturalmente. Ma la persistenza di questo divario dopo anni di campagne informative, linee guida, piani nazionali e raccomandazioni europee suggerisce che il problema non si risolve con le circolari. Richiede interventi strutturali sui modelli organizzativi della medicina territoriale, sulla formazione dei prescrittori, sulla cultura sanitaria della popolazione. Richiede, in ultima analisi, una volontà politica che finora ha tardato ad arrivare.

A un anno dalla scadenza del Piano nazionale, con una proroga già concessa fino al 2026, l’Italia è ancora ferma ai blocchi di partenza su quasi tutti gli obiettivi che si era data. E nel frattempo i batteri resistenti continuano a crescere.