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Il dopo pandemia. “La strada non è centralizzare la sanità ma rafforzare la collaborazione tra Stato e Regioni”. Intervista al neo Coordinatore della Commissione Salute Raffaele Donini

6 giugno - “La strada obbligata nell’interesse prioritario dei cittadini è quella della costante e leale collaborazione istituzionale, anche andando al di là delle rigidità delle competenze” spiega il neo coordinatore degli assessori alla Sanità che poi annuncia novità per i vaccini in vacanza: “Forse potremmo affrontare singole specificità come quelle di chi ritorna dal luogo di lavoro al luogo di residenza per un periodo lungo.”

Se il nostro servizio sanitario ha raggiunto molti obiettivi e anche ora sta procedendo rapidamente ad una campagna vaccinale di massa che non ha precedenti, il merito non è solo dello Stato, come non è solo delle Regioni, il merito è di un’efficace collaborazione istituzionale. Quindi se le criticità emerse nel corso della pandemia avessero fatto emergere pensieri di centralizzazione della sanità, meglio rinunciarci.

Ha le idee molto chiare Raffaele Donini, neo Coordinatore della Commissione Salute delle Regioni e assessore regionale alle Politiche per la salute della Emilia Romagna, sull’ipotesi di riformare il Titolo V; nonostante si dica aperto ad ogni processo riformatore quando si parla di gestione della sanità, la sua idea è che la bilancia non possa pendere da una sola parte.
 
In questa intervista a tutto tondo ha toccato molti temi: dalla campagna vaccinale, al Recovery plan (dove anche su questo tema rivendica un coinvolgimento attivo delle Regioni) fino al Patto per la salute sul quale, ha detto, bisognerà riaprire il confronto anche alla luce delle esperienze maturate durante la pandemia.
 
E per il futuro si è detto convinto che, sempre sul solco delle esperienze maturate in questi mesi, bisognerà puntare su una sinergia forte fra farmacisti e medici di base, valorizzando la loro professionalità e sfruttando appieno il loro rapporto capillare con l’utenza.

Assessore Donini, non possiamo non iniziare con la pandemia. Questo periodo durissimo ha fatto emergere nuovamente le criticità del rapporto tra Stato e Regioni nella gestione della sanità. È ora di riformare il titolo V?
In realtà la lezione fondamentale della pandemia è che nella gestione di una fase emergenziale lo Stato non può fare a meno delle Regioni e queste ultime non possono fare a meno dello Stato. La strada obbligata nell’interesse prioritario dei cittadini è quella della costante e leale collaborazione istituzionale, anche andando al di là delle rigidità delle competenze. Personalmente sono aperto ad ogni processo riformatore, ma non vorrei che qualcuno potesse pensare di utilizzare le difficoltà che la diffusione del virus ha sicuramente comportato per centralizzare la sanità. Se qualcuno pensa di poter dettare regole da Roma sull’organizzazione del servizio sanitario regionale, non troverebbero la contrarietà di Donini o di Bonaccini, ma dell’intera collettività emiliano-romagnola. Poi mi permetta un’ulteriore riflessione: se il nostro servizio sanitario è fra i primi in Europa e se per molti studi rappresenta un modello ci sarà pure qualche merito delle Regioni o della maggior parte di esse. Ed ancora, se oggi stiamo procedendo rapidamente in una campagna vaccinale di massa che non ha precedenti, il merito non è solo dello Stato, come non è solo delle Regioni. Il merito è di un’efficace collaborazione istituzionale. E forse è questo il terreno su cui dovrebbe cimentarsi ogni intento riformatore

La Campagna vaccinale dopo i primi mesi in cui scarseggiavano le dosi pare essere partita ad un buon ritmo. Come fare per accelerare ancora? E come legge i richiami del commissario Figliuolo che spesso sembra prendersela con le Regioni in ordine sparso?
Il commissario fa bene a richiamare tutti, ministeri e regioni, ad un’azione coerente con gli obiettivi del piano vaccinale. Ma va riconosciuto che anche grazie alle sollecitazioni delle Regioni è stato possibile imprimere una notevole accelerazione ed in qualche caso anticipare i tempi. Ma il problema vero, come il generale Figliuolo sa bene, sono la regolarità e la puntualità delle consegne delle dosi vaccinali. È questo il requisito principale per consentire il rispetto delle programmazioni previste, un punto che è decisamente più importante del fatto che qualche Regione abbia voluto raggiungere per specifiche esigenze territoriali la copertura di singole zone, vedi qualche piccola isola, o di qualche categoria di lavoratori.
Forse anche da questo punto di vista dovremmo abituarci a considerare la Regione come osservatorio privilegiato della realtà territoriale, considerando le sue esigenze più spesso come un’opportunità che non come un ostacolo

Ci avviciniamo alla stagione estiva. Secondo lei cosa va fatto per evitare di ripetere gli errori della stagione 2020?
Questo è un aspetto fondamentale, il rischio è che passi l’opinione diffusa che tutto è superato ed ogni accortezza può venir meno. Nulla di più sbagliato. Dobbiamo mantenere alta la guardia, il virus sta continuando a circolare e ci stiamo misurando in questi giorni con l’impatto, talvolta pervasivo, delle diverse varianti. Uno dei temi che spesso le Regioni e i Comuni hanno sollevato nei confronti con il Governo è proprio quello dei controlli. Potrebbe essere di grande utilità un piano di controllo capillare per la prevenzione, rinforzando la comunicazione a livello nazionale per continuare a ribadire il rispetto delle regole di comporto per prevenire la diffusione del virus.
 
Riguardo alle vaccinazioni in altre regioni per i vacanzieri come Commissione Salute state lavorando a degli accordi? O verrà tutto lasciato alla libera iniziativa tra le varie Regioni?
È un tema su cui ci stiamo confrontando. Occorrerà valutare bene il rapporto costi-benefici anche in termini organizzativi. Forse potremmo affrontare singole specificità come quelle di chi ritorna dal luogo di lavoro al luogo di residenza per un periodo lungo. Però è prematuro ora trarre conclusioni.

Cosa pensa del PNRR italiano? Secondo lei le risorse per la sanità sono sufficienti o sarebbe stato meglio investire di più nel settore?
Come è noto per la missione che riguarda la salute, il PNRR intende indirizzare “risorse per il rafforzamento della resilienza e della tempestività di risposta del Sistema Sanitario Nazionale alle patologie infettive emergenti gravate da alta morbilità e mortalità, nonché ad altre emergenze sanitarie”. Una missione che si fonda su una maggiore sinergia tra medicina del territorio e ospedale e sul rafforzamento della ricerca. 19,72 miliardi di euro, significa poco meno del 10 per cento delle risorse totali del Piano, ma sarebbe semplicistico dire che occorreva fare di più per la sanità. Il piano doveva muoversi in una logica di equilibrio e all’interno dei pilastri del Next Generation EU, verso una transizione verde e digitale e nell’ottica di restituire competitività alle imprese, facendo tornare il mercato del lavoro in una prospettiva positiva di crescita. Scenari che peraltro poi sono anche una pre-condizione per un’efficace politica tesa a tutelare il diritto alla salute.

Quanto poi alle specifiche iniziative in ambito sanitario il successo dipenderà anche dal ruolo strategico delle Regioni nel dare applicazione agli investimenti del PNRR. Penso alla digitalizzazione delle attività della pubblica amministrazione, alla formazione o alle infrastrutture e macchinari, nella messa disposizione dei cittadini di servizi digitalizzati quanto più omogenei possibile nel territorio nazionale.

E sotto questo profilo occorre evitare il pericolo di uno sfilacciamento della governance. Per questo come Regioni abbiamo chiesto un coinvolgimento attivo nella cabina di regia sia come soggetti di programmazione, che di attuazione. Non è rivendicazionismo istituzionale, ma è l’esigenza di ragionare in un’ottica di sistema Paese. Io credo che abbia ragione il Presidente Bonaccini quando nelle diverse sedi istituzionali ripete che nemmeno il Governo migliore del mondo potrebbe spendere oltre 200 miliardi in modo centralistico.

Sempre sul Recovery, il piano sembra voler emulare l’esempio dell’Emilia-Romagna con le Case della Comunità. Pensa sia un modello estendibile a tutta Italia? E secondo lei è necessario rendere dipendenti i medici di famiglia?
Le linee d’azione nella missione del PNRR puntano proprio sullo sviluppo della sanità di prossimità e sul rapporto di contaminazione tra le politiche sanitarie, quelle sociali e le scelte ambientali. Un percorso che a mio avviso diventa poi obbligato se l’obiettivo è quello della inclusione sociale.
Le case della salute sono la concretizzazione di questi concetti. In Emilia-Romagna ne abbiamo realizzate più di 120, la rete più estesa di tutto il Paese, ed erano 42 nel 2011.

I risultati sono evidenti: diminuzione degli accessi in codice bianco al Pronto Soccorso, meno ricoveri ospedalieri per le patologie trattabili in ambulatorio, diffusione dell’assistenza domiciliare al paziente, sia infermieristica che medica. Sì, sono convinto che sia un modello esportabile, ma è chiaro che va modellato sulle diverse realtà territoriali, vanno studiati i punti di partenza e le concrete possibilità realizzative nei differenti contesti.
Quanto all’idea di rendere i medici di famiglia dipendenti mi pare che sia un terreno che riguardi di più il Governo e le relazioni con le organizzazioni rappresentative. In questo momento mi preme di più inserire e valorizzare l’attività dei medici di medicina generale nella medicina del territorio in un’ottica di rete territoriale.

E per quanto riguarda l’ospedale? Ci sono 8 miliardi che verranno spesi soprattutto per la digitalizzazione e l’acquisto di nuovi macchinari. È sufficiente oppure serve anche una riforma dell’attuale assetto ospedaliero a partire da una revisione del DM70 come sottolineato da molti osservatori?
Si tratta di risorse forse insufficienti, ma rappresentano un segnale di attenzione importante perché la digitalizzazione è ormai la frontiera, anzi il paradigma del nuovo modo di intendere e considerare la medicina. Ed è chiaro che di questa rivoluzione culturale e tecnologica l’ospedale deve essere protagonista. Così come i nuovi macchinari di fronte alle più recenti conquiste della diagnostica, della terapia, della chirurgia e della telemedicina rappresentano cardini su cui si reggerà la sanità dell’immediato futuro.

Certamente il sistema ospedaliero italiano ha bisogno di un “tagliando” – e questa è un’opinione largamente condivisa – ma occorre prudenza. Non dobbiamo fare passi indietro. Questo è un tema che nei prossimi mesi affronteremo nella Commissione salute della Conferenza delle Regioni anche perché ogni ragionamento dovrà tenere insieme situazioni diverse.

In queste ultime settimane i Sindacati della dirigenza ospedaliera chiedono un tavolo sul personale. È possibile trovare nuove risorse?
Mi pare prematuro parlarne oggi. È invece importante che il tema si incardini al più presto nella sede propria, ovvero in un confronto fra le organizzazioni delle dirigenza ed il Comitato di Settore Regioni-Sanità.

È passato un anno e mezzo dalla sigla del Patto per la Salute ma, anche a causa dell’emergenza pandemica, i lavori sono fermi. Cosa intende fare per riprendere le fila del dialogo e su cosa si dovrebbe concentrare a suo avviso il prossimo Patto?
La gestione dell’emergenza ci ha fatto affrontare molte difficoltà e da un lato ci ha imposto una sorta di tregua sul disbrigo degli affari correnti nei quali rientrano anche molti aspetti applicativi del patto per la salute, dall’altro ci ha fornito elementi utili proprio alla ripresa del confronto sul patto, a partire dal tema della prevenzione e della medicina del territorio.
È mia intenzione convocare, subito dopo la pausa estiva e se i dati epidemiologici ci conforteranno, una sessione monotematica della Commissione Salute dedicata proprio alle priorità del patto per la salute e ad un possibile cronoprogramma degli adempimenti principali.

Durante la pandemia il Governo ha varato una serie di provvedimenti per potenziare la farmacia dei servizi e i farmacisti sono ormai abilitati alla vaccinazione anche senza il medico. Pensa che questa esperienza sia estendibile anche ad altre campagne vaccinali come quelle per l’influenza? E in generale cosa pensa della farmacia come vero e proprio presidio territoriale non più limitato solo all’erogazione dei farmaci?
Penso che sia un tema da inserire nell’agenda, in particolare per quel che riguarda le campagne vaccinali. Sono convinto che la farmacia vada valorizzata, occorre puntare su una sinergia forte fra farmacisti e medici di base, valorizzando la loro professionalità e sfruttando appieno il loro rapporto capillare con l’utenza. La rappresentazione “medico prescrittore-farmacista erogatore” ha finora mortificato ruolo e funzioni di due professionalità che sono snodi essenziali della sanità pubblica. Va superato attraverso un coinvolgimento attivo in un’ottica di front-office del servizio sanitario. Non dobbiamo dimenticare che lo studio del medico di famiglia e la farmacia sono i primi luoghi a cui il paziente fa riferimento.
 
A cura di Ester Maragò

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