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Coronavirus. “Il mondo non era preparato a questa epidemia. Ecco cosa dobbiamo fare per non farci trovare più disarmati”. A colloquio con Pasquale Ferrante e Guido Silvestri

18 aprile - La pandemia in corso segue le regole delle altre epidemie. Un patogeno sconosciuto si diffonde facilmente e provocando conseguenze cliniche, a volte importanti, nella popolazione. Oggi disponiamo di più strumenti rispetto al passato per far fronte all’infezione, ma in questo mondo globalizzato i virus si spostano più velocemente e più efficacemente. I due scienziati spiegano quali lezioni dovremmo trarre da questa esperienza e come dovremmo attrezzarci per rispondere al meglio ad eventuali, future epidemie.

Potrà sembrare strano dirlo in queste circostanze, ma i virus non sono poi così cattivi. Questi microorganismi, esseri viventi oppure no, il dibattito nel mondo scientifico è ancora aperto, esistono da molto prima dell’uomo. Alcuni si sono evoluti con noi, imparando ad infettarci senza procurarci troppi problemi, mentre il nostro sistema immunitario imparava a difendersi da loro.
 
Sono ovunque: nei batteri, nel mare, nel suolo, nel nostro intestino e in ogni animale. Nella maggior parte dei casi non ci fanno del male ma, come ci insegna tutta la nostra storia e come ci ricordano gli ultimi mesi che abbiamo vissuto, a volte acquisiscono mutazioni che li rendono dannosi per l’uomo. È sempre successo, sta accadendo ora e, probabilmente, accadrà di nuovo.
 
L’emergenza è in corso e, anche se forse è presto per dirlo, quando ne usciremo bisognerà prendere appunti, imparare da questa pandemia, chiederci se avremmo potuto fare di più, essere più preparati. Non per puntare il dito contro qualcosa o qualcuno, ma per sapere come gestire le possibili minacce future che potranno provenire da virus, batteri o altri patogeni. Ne abbiamo parlato con Pasquale Ferrante, virologo e professore di microbiologia all’Università degli studi di Milano e con Guido Silvestri, direttore del Dipartimento di Patologia e Medicina di Laboratorio alla Emory University di Atlanta.

Di questi tempi parliamo molto di virus, di Sars-Cov-2, come dei patogeni responsabili di epidemie passate. In generale, nel corso della storia dell’uomo, come definireste il rapporto tra i virus e la nostra specie?
Silvestri: È un rapporto molto antico, che precede gli uomini stessi. Nel corso dell’evoluzione, ancora prima dell’apparizione dell’Homo Sapiens, nel Dna dei nostri antenati erano già presenti moltissime sequenze retrovirali.

Ferrante: I virus che infettano gli uomini e gli esseri umani si sono co-evoluti, e noi siamo proprio il frutto di tale co-evoluzione. Questi virus non hanno alcun interesse nel farci del male, per un motivo molto semplice: l’universo dei virus umani sono gli esseri umani. Se dovessero sterminarci tutti anche loro smetterebbero di esistere. Con il tempo, il nostro sistema immunitario ha imparato a difendersi dai virus e i virus hanno imparato ad infettarci senza ucciderci tutti.

Questa pandemia è diversa rispetto a quelle del passato? Se sì, in che modo?
Ferrante: Non credo che questa pandemia differisca sostanzialmente dalle altre pandemie del passato. Però chiaramente se si torna molto indietro nel tempo emergono delle differenze marcate. Ne è un esempio l’influenza cosiddetta spagnola del 1918 a cui vengono attribuiti 20/30 milioni di morti. Bisogna considerare che all’epoca non c’era né il corredo farmacologico né tecnologico che abbiamo a disposizione oggi, quindi quelle morti così numerose possono essere dovute banalmente all’impossibilità di disporre di cure adeguate. La mortalità nei due casi quindi non è assolutamente la stessa, proprio perché ora abbiamo molti più strumenti per combattere l’infezione, ma, almeno per quanto riguarda la capacità di infezione, questo virus sta riproponendo lo stesso modello. Si sposta comunque molto più velocemente, per il semplice fatto che un secolo fa, per spostarsi dalla Cina all’Italia, per esempio, ci voleva circa un mese, ora ci vogliono 12 ore di volo.

Silvestri: Questa epidemia, come tutte le altre, segue una regola. generale: quando appare e si diffonde un nuovo patogeno, la popolazione non è abituata né a conviverci né a combatterlo, quindi non ci sono né adattamento né immunità. Ciò che cambia in quest’epoca è la rapidità di diffusione delle epidemie.

Perché il nuovo coronavirus si è diffuso di più rispetto a quelli responsabili delle epidemie di Sars e Mers?
Ferrante: Il virus che provoca la Sars è passato da una specie all’altra, dall’animale all’uomo, si è poi diffuso tra le persone e, a un certo punto, si è fermato. Ciò è dovuto probabilmente al fatto che la capacità infettante non è diventata una caratteristica stabile del virus. Nel caso di Sars-Cov.2, delle mutazioni dei geni che codificano per i recettori di superficie del virus, hanno probabilmente conferito al patogeno una capacità di infettare molto elevata.

Nel nostro mondo interconnesso e globalizzato dobbiamo far fronte ad una diffusione rapida dei patogeni, cosa possiamo imparare da questa pandemia? Come possiamo attrezzarci per rispondere nel migliore dei modi a delle eventuali, future epidemie?
Ferrante
: Nel corso di questa crisi ci siamo posti il problema dei posti letto in terapia intensiva, dei pochi ventilatori e dell’ossigeno insufficiente per tutti i pazienti. Questa è una lezione importante che possiamo trarre: non sappiamo se una situazione del genere si ripeterà, ci auguriamo di no, ma nella programmazione sanitaria bisognerà tener conto di questa eventualità e avere a disposizione gli strumenti necessari. Ci siamo anche resi conto che il numero di medici non è sufficiente. Alcune specialità sono sottodimensionate rispetto ai bisogni, come i rianimatori anestesisti, rari e preziosi.
In futuro capiremo di più delle cause dei decessi e potremo fare anche altre valutazioni.

Le esperienze passate, in particolare modo le epidemie di Sars, nel 2002-2003 e poi di Mers, non sono state sfruttate appieno. Non abbiamo studiato i virus e le epidemie come avremmo dovuto e quindi ci siamo trovati abbastanza impreparati.
In futuro non c’è dubbio che lavoreremo di più sui coronavirus visto che, con questa pandemia, ci siamo resi conto del pericolo che comportano.

Silvestri: Prima di tutto, come umanità, dovremmo capire che nel mondo globalizzato possiamo ritrovarci a dover fare fronte a minacce come questa. Bisognerebbe quindi creare dei network per monitorare a livello mondiale le possibili emergenze di nuovi virus patogeni, oppure di batteri resistenti agli antibiotici ad esempio, e affidarci alla scienza. Bisognerebbe investire nelle menti più brillanti dell’umanità per avere scienziati remunerati dignitosamente e in grado di far fronte alle minacce.
Anche per quanto riguarda lo sviluppo di farmaci possiamo migliorare. Il tempo per creare e testare farmaci antivirali è limitato dalla produzione da parte di strutture private e dal fatto che le aziende puntano ognuna sul proprio farmaco senza coordinarsi tra loro. Ci vorranno mesi per mettere a punto antivirali potenti, se le risorse fossero centralizzate ci metteremmo molto di meno.

Anche da un punto di vista di gestione sanitaria questa pandemia ci insegnerà molto, se siamo disposti ad imparare. La stragrande maggioranza dello sforzo sanitario nei paesi occidentali si concentra su neoplasie, malattie cardiovascolari croniche e malattie neurodegenerative. Le malattie infettive sono un’altra cosa. Si diffondono rapidamente, provocando uno shock numerico a cui gli ospedali non sono abituati e sono contagiose, quindi l’operatore sanitario può ammalarsi stando a contatto con il paziente. Tutto ciò ha creato un corto circuito per cui, in Lombardia per esempio, si è andati in sovraccarico. Le possibili risposte sono tante, come ad esempio creare delle strutture sanitarie a capacita’ flessibile che si possano espandere e riempire rapidamente in base alla necessità. È chiaro che bisogna valutare in quale settore e come investire le risorse disponibili.

Stiamo vivendo una brutta esperienza, certo. Ma la situazione potrebbe essere di molto peggiore. Il 99,5% delle persone sotto i 50 anni e senza patologie ne usciranno indenni, e questa è una cosa molto positiva. Dobbiamo imparare da questa situazione.

Qual è il destino dei virus alla fine di un’epidemia e cosa ne sarà secondo lei di Sars-Cov-2?
Silvestri: La cosa più probabile è che Sars-Cov-2 diventi un virus che provoca una patologia non molto grave nell’uomo, che infetti in forma più endemica che epidemica. Le persone che ora guariscono dalla malattia sviluppano un’immunità che durerà probabilmente per un certo tempo (non sappiamo per quanto, ma secondo alcuni immunologi tra i sei e i dodici mesi n.d.r).  Quando molte persone avranno sviluppato anticorpi contro questo virus la malattia diventerà meno patogena, proprio come è avvenuto per altri virus che ora sono endemici, come quelli che provocano il comune raffreddore e alcuni coronavirus. Tornano ogni inverno, si diffondono e fanno relativamente pochi danni.

Camilla de Fazio

 

 

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