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Indagine sulla Salute Mentale Perinatale in corso di pandemia da SARS-COV-2. Partita la fase due, i primi risultati nei primi mesi del 2022

10 dicembre -  La ricerca è promossa dal Centro di Riferimento per le Scienze Comportamentali e la Salute Mentale (SCIC) dell’Iss e coinvolge attualmente 19 Unità Operative (servizi ospedalieri e consultori) localizzate in sette Regioni italiane, attive nello screening e nella presa in carico delle donne a rischio o con depressione/ansia perinatale.

 

A settembre del 2020, presso il Centro di Riferimento per le Scienze Comportamentali e la Salute Mentale (SCIC) dell’Istituto Superiore di Sanità, si è costituito il Network Italiano per la Salute Mentale Perinatale, una rete di servizi territoriali per mettere in comune le esperienze, condividere gli strumenti di azione e uniformare gli interventi nel campo della salute mentale perinatale.

Questo gruppo, coordinato dall’ISS, ha avviato l’indagine biennale “Indagine sulla Salute Mentale Perinatale in corso di pandemia da SARS-COV-2” che coinvolge attualmente 19 Unità Operative (servizi ospedalieri e consultori) localizzate in sette Regioni italiane, attive nello screening e nella presa in carico delle donne a rischio o con depressione/ansia perinatale.

Durante la prima fase dell’indagine, iniziata a settembre del 2020 gli operatori sanitari delle Unità Operative partecipanti hanno raccolto i dati aggregati sull’organizzazione dei servizi, sulle attività e sulle prestazioni nel campo della salute mentale perinatale relativamente agli anni 2019, 2020 e 2021.

La seconda fase dell’indagine è iniziata a novembre 2021 e coinvolge direttamente le donne in gravidanza e nel post partum che accedono ai servizi delle stesse Unità Operative. A loro viene chiesto di compilare una scheda raccolta dati che, attraverso strumenti di screening validati a livello internazionale, raccoglie informazioni sull’ansia, la depressione nel periodo perinatale e i fattori di rischio correlati.

L’intento dell’indagine è quello di monitorare la prevalenza della depressione e dell'ansia nel periodo perinatale e valutare tempestivamente i cambiamenti delle richieste di aiuto delle donne durante la gravidanza per potervi fare fronte in modo rapido ed efficace.

I primi risultati dell’indagine, previsti per i primi mesi del 2022, saranno anche utili per valutare l’impatto della pandemia sul benessere psicologico delle donne nel delicato periodo della gravidanza e del post-partum.

 

La pandemia influenza la dinamica della popolazione.La pandemia Covid-19 ha accentuato la tendenza alla recessione demografica già in atto e il decremento di popolazione registrato tra l’inizio e la fine dell’anno 2020 risente di questo effetto.
 
La perdita di popolazione del Nord appare in tutta la sua drammatica portata in quanto totalmente ascrivibile alla dinamica demografica negativa (forte eccesso di decessi sulle nascite e contrazione del saldo migratorio), parzialmente mitigata nei suoi effetti dai recuperi statistici di popolazione operati dal censimento.
 
Se nel 2019 il calo di popolazione era stato piuttosto contenuto sia nel Nord-ovest che nel Nordest (rispettivamente -0,06% e -0,01%), nel corso del 2020 il Nord-ovest registra una perdita dello 0,6% e il Nord-est dello 0,3%.
 
La diminuzione di popolazione nel Centro si accentua solo lievemente (da -0,3% del 2019 a -0,4% del 2020), mentre è decisamente più marcata al Sud e nelle Isole (rispettivamente -1,2% e -1,0%), anche per effetto della correzione censuaria al ribasso già descritta.
 
Il diverso impatto che l’epidemia da Covid-19 ha avuto sulla mortalità nei territori - maggiore al Nord rispetto al Mezzogiorno - e la contrazione dei trasferimenti di residenza spiegano la geografia delle variazioni dovute alla dinamica demografica.
 
Il nuovo record minimo delle nascite (405 mila) e l’elevato numero di decessi (740 mila) aggravano la dinamica naturale negativa che caratterizza il nostro Paese. Il deficit di “sostituzione naturale” tra nati e morti (saldo naturale) nel 2020 raggiunge -335 mila unità, valore inferiore, dall’Unità d’Italia, solo a quello record del 1918 (-648 mila), quando l’epidemia di “spagnola” contribuì a determinare quasi la metà degli 1,3 milioni di decessi registrati in quell’anno.
 
Il deficit dovuto alla dinamica naturale è riscontrabile in tutte le regioni, perfino nella provincia autonoma di Bolzano (-256 unità), che negli ultimi anni si è caratterizzata per una tendenza positiva grazie a una natalità più alta della media.
 
Il tasso di crescita naturale, pari a -5,6 per mille a livello nazionale, varia dal -0,5 per mille di Bolzano al -11,2 per mille della Liguria. Le regioni che più delle altre vedono peggiorare il saldo naturale (intorno al 4 per mille in meno rispetto al 2019) sono la Valle d’Aosta (-8,3 per mille) e la Lombardia (-6,6 per mille); solo la Basilicata (-5,8 per mille) e la Calabria (-3,8 per mille) si assestano su valori simili a quelli registrati nel 2019.
 
Il deficit di nascite rispetto ai decessi è tutto dovuto alla popolazione di cittadinanza italiana (-386 mila), mentre per la popolazione straniera il saldo naturale resta ampiamente positivo (+50.584). Il tasso di crescita naturale degli stranieri è pari in media nazionale a 9,9 per mille: il valore più elevato si registra in Veneto (11,9 per mille), quello più basso in Sardegna (5,0 per mille). Senza il contributo fornito dagli stranieri, che attenua il declino naturale della popolazione residente in Italia, si raggiungerebbero deficit di sostituzione ancora più drammatici.
 
La geografia delle nascite mostra un calo generalizzato in tutte le ripartizioni, più accentuato al Nord-ovest (-4,3%) e al Sud (-3,8%).
 
I tassi di natalità pongono la provincia autonoma di Bolzano al primo posto con 9,7 nati per mille abitanti e la Sardegna all’ultimo con il 5,2 per mille. Mentre le ragioni della denatalità vanno ricercate soprattutto nei fattori che hanno contribuito alla tendenza negativa dell’ultimo decennio (progressiva riduzione della popolazione in età feconda, posticipazione e clima di incertezza per il futuro), il quadro demografico del nostro Paese ha subito un profondo cambiamento a causa dell’eccesso di decessi direttamente o indirettamente riferibili alla pandemia da Covid-19.
 
Il prezzo più alto in termini di incremento della mortalità è stato pagato dal Nord-ovest (+30,2% di decessi totali rispetto al 2019), con quasi il doppio dell’eccesso di mortalità della media nazionale (+16,7%).
 
Più contenuto è il surplus di mortalità nelle regioni del Mezzogiorno (+8,6%) che, relativamente risparmiate durante la prima ondata grazie alle rigide misure di lockdown nazionale, si sono trovate a fronteggiare per la prima volta un incremento importante di decessi per Covid-19 solo negli ultimi mesi del 2020. In termini di surplus di mortalità è soprattutto la Lombardia a sperimentare le conseguenze più pesanti (+35,6% rispetto al 2019).
 
Il tasso di mortalità - pari a 12,5 per mille abitanti a livello nazionale - pone ai primi posti la Liguria (16,9 per mille) e il Piemonte (15,3 per mille) e all’ultimo la provincia autonoma di Bolzano con solo il 10,2 per mille.
 
Il tasso migratorio estero, seppure positivo in tutte le ripartizioni, si riduce in modo consistente rispetto al 2019 (1,5 per mille a livello nazionale nel 2020 rispetto al 2,6 per mille del 2019). Il decremento maggiore si registra nel Nordovest (dal 3,5 per mille all’1,8 per mille) mentre le Isole, con lo 0,5 per mille, si attestano su valori simili a quelli del 2019.
 
La diminuzione nei tassi riguarda tutte le regioni: solo la provincia autonoma di Bolzano (0,3 per mille) e il Friuli-Venezia Giulia (1,8 per mille) sembrano aver mantenuto una capacità attrattiva. Al contrario, l’unica regione ad avere un tasso migratorio estero negativo è la Valle d’Aosta, che con -0,1 per mille registra una netta inversione di tendenza da 1,9 per mille del 2019.
 
La struttura della popolazione per genere ed età. Confermata la prevalenza femminile La prevalenza delle donne, dovuta al progressivo invecchiamento della popolazione e alla maggiore speranza di vita, si conferma anche nel 2020.
 
Esse rappresentano il 51,3% del totale, superando gli uomini di 1.503.761 unità. Il rapporto di mascolinità è quindi pari a 95 uomini ogni 100 donne, più equilibrato rispetto al 2011 quando si contavano 93,5 uomini ogni 100 donne.
 
Come nel 2019, il rapporto di mascolinità più alto si registra in Trentino-Alto Adige (97,7) mentre si abbassa ulteriormente in Sardegna (95,8 da 96,6) e in Calabria (95,3 da 96).
 
Si accentua l’invecchiamento della popolazione. La struttura per età si conferma anche nel 2020 fortemente squilibrata a favore della componente anziana della popolazione.
 
Rispetto all’anno precedente per entrambi i generi scende leggermente il peso percentuale delle classi 25-29, 35-39, 40-44 e 75-79 anni mentre aumenta (sempre di poco) quello delle classi 55-59, 60-64 e 70-74 anni.
 
Di conseguenza anche l’età media si innalza, da 45 a 45,4 anni, pur con una certa variabilità nella geografia dell’invecchiamento. La Campania, con un’età media di 42,8 anni (42 del 2019), continua a essere la regione più giovane, la Liguria quella più anziana (48,7 come nel 2019). Il comune più giovane è, come nel 2019, Orta di Atella, in provincia di Caserta (età media 35,7 anni), mentre il più vecchio è Ribordone, in provincia di Torino (età media 66,1 anni).
 
Lo squilibrio della piramide per età della popolazione è ben evidenziato anche dal confronto tra la numerosità degli anziani (65 anni e più) e quella dei bambini sotto i 6 anni di età. Nel 2020 per ogni bambino si contano 5,1 anziani a livello nazionale, valore che scende a 3,8 in Trentino-Alto Adige e Campania, e arriva a 7,6 in Liguria.
 
Anche l’indice di vecchiaia (rapporto tra la popolazione di 65 anni e più e quella con meno di 15 anni) è notevolmente aumentato nel tempo, passando da 46,1 del 1971 a 148,7 nel 2011 fino a 182,6 nel 2020 (179,3 nel 2019). La variabilità territoriale è ancora una volta notevole: come per l’età media, il valore minimo si registra in Campania (138,6) e il massimo in Liguria (262,3).

 

 

 

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