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Covid. Perdite di memoria e stanchezza mentale tra chi è stato ricoverato

20 febbraio - Uno studio coordinato dall’Università Statale di Milano, a cui ha preso parte anche l'Irccs Auxologico, indaga le conseguenze neurologiche nella fase post ospedaliera di 38 pazienti Covid ospedalizzati a distanza di 5 mesi dalle dimissioni: 6 pazienti su 10 guariti dal Covid-19 hanno un rallentamento mentale e ottundimento e 2 su 10 riportano oggettive difficoltà di memoria. Alterazioni che si riscontrano anche in soggetti giovani. LO STUDIO

I pazienti che hanno superato il Covid-19 spesso, a distanza di tempo dalla guarigione e dalla dimissione dall’ospedale, lamentano rallentamento, stanchezza mentale, mancanza di lucidità e fatica nelle attività quotidiane come lavorare, guidare la macchina o fare la spesa. Lo rileva un recente studio coordinato da Roberta Ferrucci, che ha visto la collaborazione del Centro “Aldo Ravelli” del dipartimento di Scienze della Salute dell’Università degli Studi di Milano, dell’Asst Santi Paolo e Carlo e dell’Irccs Istituto Auxologico di Milano, pubblicato sulla rivista Brain Sciences .

Lo studio riporta la valutazione delle funzioni cognitive a distanza di 5 mesi dalla dimissione dall’ospedale in un gruppo di 38 pazienti precedentemente ospedalizzati tra i 22 ed i 74 anni, senza disturbi della memoria o dell’attenzione prima del ricovero. I risultati documentano che 6 pazienti su 10 guariti dal Covid-19 hanno un rallentamento mentale e ottundimento e 2 su 10 riportano oggettive difficoltà di memoria. Questi disturbi non sono associati a depressione ma sono correlati alla gravità della relativa insufficienza respiratoria durante la fase acuta della malattia. Le alterazioni osservate si riscontrano anche in soggetti giovani.

“Questo - commenta il professor Alberto Priori, direttore della Clinica Neurologica dell’Università di Milano presso il Polo Universitario Ospedale San Paolo - è uno studio importante che dimostra per la prima volta che i disturbi di memoria e il rallentamento dei processi mentali osservati, in più della metà dei nostri pazienti, persistono anche mesi dopo la dimissione. Queste alterazioni possono, nei casi più gravi, anche interferire con l’attività lavorativa, particolarmente per chi ha un ruolo che richiede decisioni rapide, come gli stessi medici o gli infermieri. Il meccanismo per cui il virus altera le funzioni cognitive è complesso. L’interessamento del sistema nervoso origina sia da una diretta invasione da parte del virus, sia indirettamente attraverso l’attivazione dell’infiammazione e della risposta sistemica all’infezione”.

“Lo studio del neuroCOVID è destinato a diventare argomento di grande rilevanza – afferma Barbara Poletti, responsabile del Servizio di Neuropsicologia dell’Irccs Istituto Auxologico Italiano – e questo primo lavoro prelude ad uno sforzo collaborativo volto a tracciare un quadro più ampio e relativo all’ impatto cognitivo-comportamentale della pandemia”.

“La necessità di seguire attentamente i pazienti che hanno presentato anche manifestazioni moderate di COVID-19 – conclude il professor Vincenzo Silani, direttore della Clinica Neurologica dell’Università di Milano presso l’Irccs Istituto Auxologico – viene ulteriormente sottolineata da questo importante lavoro: per questo abbiamo insieme avviato anche un largo studio nazionale volto a raccogliere sotto l‘egida della Società Italiana di Neurologia (Sin) una ampia popolazione di pazienti colpiti da neuroCOVID-19 nell’ intento di seguirne le complicanze tardive, con particolare riferimento alle malattie neurodegenerative”.

 

 

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