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Coronavirus. In Cina il primo studio “di massa” su oltre 72mila casi: solo il 5% dei pazienti in situazioni “critiche”

2 marzo - Lo studio fino ad oggi più completo sull’infezione è stato effettuato dal  Centro per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie della Cina e fornisce delle stime sulle percentuali di casi lievi, casi gravi e mortalità.

Scuole chiuse, lezioni universitarie sospese e lavoro a distanza. I contagi aumentano e l’Italia è ormai il terzo Paese, dopo Cina e Corea del Sud, per numero di casi di COVID-19.


Lo studio più completo di cui disponiamo fino ad ora sulle caratteristiche e sull’epidemiologia dell’epidemia partita dalla Cina è stato effettuato proprio dal  Centro per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie cinese e ripreso da Jama il 24 febbraio.

 

Lo studio si basa sull’analisi di 72.314 casi registrati in Cina fino all’11 febbraio. Tra questi, 44.672 sono stati classificati come casi confermati di COVID-19, 16.186 come casi sospetti sulla base dei sintomi, 10.567 come casi diagnosticati clinicamente e 889 come casi asintomatici. Prendendo in considerazione esclusivamente i casi confermati emerge che la maggior parte dei pazienti hanno tra i 30 e i 79 anni, il 3% è costituito da adulti oltre gli 80 anni, mentre i bambini tra gli 0 e i nove anni e i giovani tra i 10 e i 19 rappresentano ognuno l’1% dei casi totali.

La maggior parte dei casi, l’81%, è stata considerata come lieve, quindi i pazienti non presentavano affatto, oppure solo una forma lieve, di polmonite. Il 14% dei casi ha sviluppato una forma severa dell’infezione, caratterizzata da dispnea, una frequenza respiratoria superiore o uguale a 30/minuto, una saturazione di ossigeno nel sangue inferiore o uguale al 93%, una pressione parziale dell’ossigeno arterioso rispetto alla frazione di ossigeno inspirata inferiore a 300 e/o infiltrazioni polmonari tra le 24 e le 48 ore. Il 5% dei casi era critico, con insufficienza respiratoria, shock settico e disfunzione multiorgano.

Il tasso di letalità, quindi la percentuale di morti rispetto ai casi registrati, è del 2,3%. Una percentuale che viene considerata una sovrastima, poiché non prende in considerazione i casi asintomatici o comunque non confermati da una diagnosi. Non si è verificato nessun decesso tra i bambini al di sotto dei 9 anni, mentre il tasso di letalità tra le persone tra i 70 e i 79 anni era dell’8% e nei più anziani del 14,8%. La mortalità è stata anche particolarmente elevata in pazienti con comorbidità: del 10,5% in persone affette da malattie cardiovascolari, del 7,3% in persone con diabete e del 6,% circa sia tra le persone affette da malattie croniche respiratorie sia per le persone con ipertensione, del 5,6% nei casi di cancro.
Nei casi considerati lievi o severi non si sono verificati decessi.

Quindi, anche se le persone di ogni età possono essere colpite dal virus, come ricorda l’Oms, gli anziani e le persone affette da condizioni cliniche preesistenti, e in particolare diabete e malattie cardiovascolari, sembrano essere più vulnerabili e suscettibili di sviluppare una forma grave di infezione.

“Covid-19 non è mortale come altri coronavirus come Sars e Mers”, ha dichiarato di recente Mike Ryan, capo del Programma di emergenze sanitarie dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) nel corso di una conferenza stampa a Ginevra nei giorni scorsi. In effetti, il tasso di letalità della Sars era del 9.6%, mentre la Mers, ha ancora un tasso di letalità del 34,4%. Comunque, in assoluto, COVID-19 ha portato ad un numero maggiore di decessi,  perché il numero di persone colpite, rispetto a Sars e Mers, è più elevato.

Il tasso netto di riproduzione dell’infezione, quindi il numero di infezioni secondarie prodotte da un paziente, è stimato tra 1,4 e 3. Sono sempre stime molto imprecise, perché l’elevato numero di casi lievi, o asintomatici, non permette un calcolo esatto.

In Italia, ha commentato Giovanni Rezza, a capo del Dipartimento malattie infettive dell'Istituto superiore di sanità, “si osserva un aumento esponenziale dei casi perché adesso li stiamo cercando”. Gli dà ragione Pier Luigi Lopalco, epidemiologo dell'Università di Pisa: “Se iniziassero a fare tanti test, anche in Germania probabilmente salterebbe fuori un gran numero di casi. I virus respiratori non hanno confini”.

Casi asintomatici e molti casi lievi che rendono difficile l’identificazione dell’infezione e anche distinguerla da una semplice influenza. I sintomi principali del coronavirus riportati in diversi studi, proprio come quelli dell’influenza, sono febbre (nel 99% dei casi circa), stanchezza, tosse, gola secca e fiato corto. A volte anche mialgia e mal di testa.

Contrariamente a ciò che accade per l’influenza però, non abbiamo difese immunitarie contro questo virus, come spiega Lopalco:  “Il coronavirus aggredisce una popolazione totalmente vergine, che non ha anticorpi e non ha ancora trovato un vaccino. Non sappiamo se i contagiati saranno 100 mila o 5 milioni, quindi non sappiamo neppure quanto grande in termini assoluti sarà quel 20% di casi gravi. Per questo, gli ospedali devono essere preparati”.

E questo giustifica tutti i provvedimenti presi da parte delle istituzioni, come spiega Fabrizio Pregliasco, virologo dell'Università di Milano nell'intervista al nostro giornale (vedi altro articolo): “La ragione per cui le istituzioni hanno adottato dei provvedimenti di sanità pubblica è che si tratta di un virus nuovo, per cui nessuno di noi ha gli anticorpi. Quindi lo scenario è quello della spagnola del 1918. La malattia non è grave ed è poco contagiosa, ma se si lasciassero le cose come sono, senza prendere provvedimenti, ci ritroveremmo in una situazione in cui in 6/8 settimane il 35-40% della popolazione sarebbe contagiato”.

Camilla de Fazio

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